Programmi elettorali in tempo di crisi

Tempo di elezioni amministrative.

I candidati sindaci e le forze politiche si apprestano a varare i loro programmi elettorali e le campagne elettorali.

Per chi osserva dall’ esterno con attenzione questo gran lavorare sul programmi amministrativi  nota che il tema della crisi economico-finanziaria , la più grave dagli anni della Grande Depressione ad oggi, sicuramente la più globale, raramente sia il punto di riferimento dell’elaborazione politica .

Eppure questa crisi , forse non breve , sarà sicuramente tale da stravolgere gli equilibri economici, politici e sociali acquisiti a livello mondiale , con ripercussioni oltre che a livello globale anche sulle realtà locali piccole e grandi .

Un fatto ormai acquisito (forse non ancora esplicitato a fondo ) è che la finanza più o meno creativa , da sola, non crea ricchezza , la sposta, mentre solo il lavoro è il vero motore dello sviluppo economico e sociale.

E’ finita l’era della crescita drogata dal concetto ” compra oggi e paghi poi ,… se puoi”. Un concetto di breve periodo , insostenibile nel medio e lungo periodo,dove  si  ipotecano oggi i futuri guadagni di una crescita tutta in divenire.

La crescita così drogata, per tenere alti i consumi e la produzione è andata in crisi , in primo luogo dove ha avuto origine, nella cultura anglosassone basata su alto indebitamento delle famiglie e più basso indebitamento dello Stato . ( L’inverso dell’ Italia  e questo è uno dei motivi per cui forse risentiremo meno della crisi come Paese).

Si è inceppato  un modello di sviluppo globale, basato su una produzione di beni e servizi maggiori rispetto alle possibilità date dal livello di potere di acquisto di salari e stipendi, e basato quindi sul credito, che nel tempo è divenuto sempre più facile , sia a livello delle famiglie , sia delle aziende ma anche sempre più insostenibile per l’accumulo degli interessi sui finanziamenti e delle rendite finanziarie che essi garantivano, rendite che si sono dimostrate tutte virtuali , nonostante gli alti  dividendi delle banche e i bonus dei loro dirigenti.

I provvedimenti finanziari contro la crisi che  i governi hanno preso non fanno altro che spostare i debiti dal privato ( famiglie o istituzioni finanziarie) al pubblico ( Stato ).

Tra poco quasi tutti gli Stati ad economia occidentale si troveranno con alti deficit pubblici ( più o meno come l’ Italia) e chi più , chi meno, con alti  indebitamenti delle famiglie e delle imprese.

Si determineranno per i paesi patrimonialmente deboli e indebitati , crisi di credibilità e rischi di insolvenza.

Per contro avremo,  paesi-formica con grandi avanzi ed ancora con il PIL in crescita ( anche se ridotto) come la Cina , l’ India ,  e quelli patrimonialmente forti ( ricchi di materie prime, o di tecnologia ) che invece non potranno più, come nel passato , produrre a bassi costi e/o esportare ( chi dovrebbe comperare non ha i soldi per farlo ).

 

 

Diventa necesssaria per la ripresa, a livello globale, un diverso modello di sviluppo, fondato :

  1. Su una diversa politica dei redditi e del lavoro nei paesi “finanziariamente avanzati”, a favore di stipendi e salari e contro le rendite finanziarie
  2. Su una maggiore redistribuzione dei redditia fare del lavoro, a partire necessariamente dai Paesi che hanno le risorse, ma ancora troppi bassi salari , quindi dagli stessi paesi formica, in primis Cina , India, Brasile, ecc.
  3. Su un modello di sviluppo che abbia più attenzione alla qualità della vita e dell’ ambiente, verso quindi la ricerca, sviluppo e produzione di prodotti innovativi e risparmiosi sul piano dei consumi energetici e delle materie prime , finalizzati alla rottamazione dei prodotti maturi. ( Di qui nasce il piano Obama per la “green economy”) Più attenzione alla qualità dei prodotti , anzichè alla quantità , più sostenibilità e compatibilità ambientale, soprattutto nei paesi occidentali.
  4. Sul contenimento del debito pubblico-privato da parte dei paesi-cicala  , per non andare in default   ( Tesi portata avanti dalla Germania al vertice dei G 20 di Londra ) e  più peso nell’ economia alla componente lavoro.
  5. Fine della deregulation reaganiana e thacheriana , con più peso dello stato nell’ economiae più programmazione , pur in un regime di libero mercato e libera circolazione delle merci

Si profila quindi, con molta probabilità , un vero  e proprio sommovimento economico-sociale in particolar modo nei paesi occidentali, che non avrà una rapida soluzione e comporterà nella fase di transizione notevoli problemi di ristrutturazione e riqualificazione del sistema produttivo. ( Quando l’ A.D. Marchionne della FIAT stima che esiste a livello mondiale una sovraproduzione del 30% delle auto , tiene conto del fatto che questo 30% è dato dall’impossibilità di continuare a drogare il mercato delle vendite con la finanza, che i nuovi mercati emergenti sono ancora da costruire e che occorre puntare a stimolare le vendite solo con prodotti innovativi)

A fronte di questi probabili e possibili mutamenti le realtà locali quale ruolo possono avere , in quali situazioni possono venirsi  trovare, quali politiche locali possono e devono attivare?

Analizziamo:

  1. La crisi finanziaria con la conseguente restrizione e selettività inevitabile del credito, farà sì che anche per gli Enti Locali diventerà più difficile finanziarsi sul mercato dei capitali, che applicheranno standard  più elevati nel merito del credito, colpendo quelli con bilanci in disordine.
  2. La crisi porterà minori gettiti nelle casse pubbliche. Minori redditi dei lavoratori vuol dire  minori entrate da addizionali Irpef,minori consumi e produzioni  minori entrate da addizionali Enel sui consumi di energia, per citare alcuni esempi
  3. La caduta dei redditi familiari comporta meno investimenti  ed anche maggiore difficoltà nell’ ottenere finanziamenti per l’acquisto della casa. Quindi una caduta del mercato immobiliare e degli introiti da oneri di urbanizzazione. ( Ci sarà un freno alla cementificazione , si lavorerà più sul recupero ed il mantenimento  ). Quindi ipotizzare grandi progetti di sviluppo urbano nel breve-medio periodo può essere un azzardo , anche per i bilanci comunali.
  4. Aumenta la domanda di welfare e quindi la spesa pubblica per far fronte al disagio economico-sociale dovuto o alla caduta della produzione o alla necessaria ristrutturazione/riqualificazione  ,ciò richiede  maggiore selettività della spesa e maggiore lotta agli sprechi ed alle piccole o grandi rendite di posizione, nonché una forte all’evasione fiscale.
  5. Necessità di sostenere il mercato dell’ edilizia attraverso le opere pubbliche, che però devono essere realmente necessarie ed avere rapporti di costo/beneficio positivi e, per ridurre il peso sui bilanci pubblici, avere possibilmente il concorso dei privati , sia in fase realizzativa ma sopratutto gestionale.
  6. Massima valorizzazione e razionalizzazione dei patrimoni pubblici, con cessione, se possibile ,         ( anche l’investitore privato sarà molto più selettivo ) di quanto non ritenuto strategico .
  7. Sul mercato del lavoro, ci si troverà davanti alla sempre maggiore necessità di disporre e attivare politiche di alta formazione professionale a tutti i livelli, e non solo più di formazione/sostegno al reddito. Quindi , maggiore attenzione degli enti locali alla qualità e sostegno del prodotto istruzione delle istituzioni scolatiche operanti sul territorio e non solo, anche per garantire in una fase di riqualificazione produttiva l’incontro  domanda/offerta professionale
  1. L’ aumento a medio-lungo periodo dell’inflazione , come elemento riequilibratore per la riduzione del debito pubblico-privato richiederà a livello locale la massima attenzione e lotta ai fenomeni speculativi, che inficiano la redistribuzione dei redditi

In questo quadro macroeconomico quali politiche  gli enti locali  possono e devono attuare, a mio giudizio:

  1. In un ottica di  sostegno del mercato edilizio occorrerà  incentivare e favorire  l’ innovazione e sostenibilità sia del singolo prodotto ( uso di materiali ecocompatibili , nuove tecnologie , risparmio ed efficienza energetica, ecc. ecc.) sia nel suo inserimento nell’ ambiente sia locale che di area vasta , al fine di creare il mercato per la ” green-economy”, possibile motore dello sviluppo economico a livello globale
  2. Favorire l’insediamento e la crescita di nuove attività produttive ad alto contenuto tecnologico, senza troppi oneri indotti aggiuntivi. Il marketing territoriale sarà una componente strategica competitiva dello sviluppo o degrado delle economie locali.
  3. Favorire attività che possono indurre lavoro , purchè qualificanti per il territorio e per la sua crescita sostenibile
  4. La redistribuzione dei redditi globale , cui facevo cenno , porterà a ridurre a livello globale la competitività basata sul solo costo del lavoro, diventerà strategica quindi la competitività territoriale basata sull’ efficienza e razionalità dei servizi offerti.
  5. A causa dei costi dei trasporti in aumento, poichè,  alla ripresa economica, i costi energetici riprenderanno a crescere e la minore competitività del costo del lavoro porrà un freno alla delocalizzazione “selvaggia ” , cui abbiamo assistito, in quanto non più non  valida, sopratutto per i prodotti a basso valore aggiunto ma con un sufficiente mercato nazionale/europeo, per cui potremmo assistere a necessità di rilocalizzazione di ritorno , che gli enti locali devono saper cogliere e valorizzare per ridurre sempre più il rapporto costi/benefici tra territori , nazionali , europei e internazionali.
  1. Nonostante la crisi , difficilmente assisteremo a fenomeni di migrazione di ritorno, per diversi motivi : a) le economie dei nuovi paesi emergenti , non di massa, non ricche in proprio di patrimoni materiali ed immateriali sono e saranno le prime a subire effetti devastanti della crisi ( crisi innanzitutto di capitali ) per cui un ritorno in patria diventa problematico
  2. b) la redistribuzione dei redditi planetaria farà aumentare il costo del lavoro nei loro paesi di origine e quindi ridurre la loro competitività con riduzione dei posti di lavoro
  3. c) vivere nei nostri paesi , vuol dire per loro acquisire anche maggiori professionalità , che troveranno probabilmente più sbocchi occupazionali qui che non nei loro paesi di origine.

Occorrono quindi politiche inclusive di questi nuovi lavoratori e valorizzazioni delle loro professionalità per il loro permanere ed integrazione in loco, permanenza per noi necessaria anche per questioni demografiche.

L’impressione che ne ho ricavato è che nei programmi elettorali questi contenuti e queste prospettive  siano poco presenti e ci si limiti ad elenchi della spesa , senza tener conto delle compatibilità economico-finanziare e delle prospettive a breve-medio-lungo periodo cui , probabilmente, si va incontro. Inoltre è difficile trovare anche delle sedi di confronto politico in cui dibattere e analizzare a fondo questi argomenti. Questo è un altro limite della politica oggi, con candidati più attenti a raccogliere voti , preferenze e consensi attraverso slogan propagandistici  e promesse che progetti economico-sociali, urbani per le proprie realtà

Valter Morizio