Una “Giornata della memoria” diversa

Il 27 Gennaio è stata la “Giornata della memoria”. Anziché le solite celebrazioni da programma, vorrei raccontare una storia privata, addirittura familiare. E fare due riflessioni, un po’ fuori dal seminato.

La storia da raccontare è quella di “Gidio”, un cugino di mio padre, oggi ormai ottantacinquenne e provato dall’età, che non ha mai smesso di ricordare. Nonostante per tutta la vita abbia invece cercato disperatamente di dimenticare.

 

 

E’ stato nel “campo di lavoro” di Dachau. Allora era soltanto un giovanissimo “renitente alla leva”, senza grandi ideali politici, come molti altri giovani della sua età in quel periodo. Era stato preso dai tedeschi qui in zona, e spedito in Germania senza tanti complimenti. All’arresto era un ragazzone alto oltre il metro-e-novanta e pesava più di 90 kg. Quando tornò a casa, dopo il  1945, era soltanto più 35 kg, ma fortunatamente vivo. La madre raccontava spesso che ci erano voluti più di tre mesi perchè riuscisse a fare un pasto normale. Non era più abituato.

“Gidio” l’ho sempre visto, fin da bambino, con il sorriso sul viso e una sonora risata contagiosa per ogni piccola amenità della vita. Una persona che non lesinava le parole. Parlava sempre volentieri di tutto e su tutto era preparato, nonostante la scarsa cultura scolastica, come era d’uso nelle famiglie non abbienti di un tempo.

C’era soltanto una cosa di cui non avrebbe mai parlato, nemmeno se interpellato: di “quel”periodo.
Cosa era successo lì, a Dachau, era argomento da non toccare.

Solo una volta, più di 30anni fa, “Gidio” si è lasciato andare. Solo poche parole dette a gola strozzata, e uno sforzo tremendo per dirle. Niente particolari piccanti o macabri, niente scene poetiche alla Schindler’s List o racconti fantasiosi e toccanti.  Raccontava “soltanto”, con parole misurate e con lo sguardo fisso nel vuoto, la fame terribile che aveva subito. Ed era comprensibile, ripensando alla sua struttura fisica. Il lavoro faticoso per produrre munizioni per gli obici tedeschi, e di quella maledetta fila giornaliera per prendere una patata, da pescare in un pentolone bollente con le mani nude. “Se non riuscivi a prenderla non avresti mangiato fino al giorno dopo”. Gli occhi gli si inumidivano e mi guardava, quasi fosse un ammonimento ….  allora avevo poco meno che la sua età di quando era al campo. Poche parole davvero. Non passò che qualche secondo di silenzio e improvvisamente cambiò discorso e e ricominciò a sorridere. Non si toccò mai più questi argomenti. Ne con me adulto, ne con mio padre.

Molte volte mi sono chiesto cosa pensasse “Gidio” della “Giornata della memoria”, lui che si è sforzato per più cinquant’anni di dimenticare.
Non ho mai osato chiederglielo direttamente.
A distanza di tantissimi anni, invece, è ancora presente nel mio ricordo la profondità di quegli occhi, la sofferenza non sopita che ne usciva, e che riaffiora come un macigno ad ogni “Giornata della memoria”. Non è la storia raccontata, in sé triste e degna di condivisione, e penosa come tante altre storie di quel periodo, ad essermi rimasta dentro, ma l’aspetto profondamente umano della vicenda. Mi viene da pensare allora che tutti quei convegni “politically correct” di questi giorni, non servano a nulla come monito, anzi scorrono via veloci veloci fino al prossimo anno…..

Allo stesso tempo però, da padre, mi chiedo cosa posso lasciare a mio figlio, ora che ha la mia stessa età di allora, per questa Giornata della memoria. E soprattutto cosa posso lasciargli che possa rimanere con lui anche tutti i restanti giorni dell’anno.
Non ho risposte.

E non le ho avute nemmeno con l’amico coetaneo di mio figlio che, raccontando della sua visita a Dachau, precisava con fare quasi annoiato che “quel posto in fondo non è un granché da vedere”.

Più ci penso e più trovo ogni parola inutile.
E ogni immagine, seppur vera, diventa assimilabile a qualche scena di fantasia prodotta in studio o trasmessa in TV.
E’ avvilente.
Sono costernato da questa mia incompetenza di padre. Lo ammetto.

Allo stesso tempo, però, non vorrei dover constatare tra qualche anno che, in mancanza di contatti davvero “vissuti”, la “Giornata della memoria” è diventata la “Festa della memoria” . Cioè un’altra kermesse giocosa, con tanto di mazzolini di fiori e auguri semi-cordiali a tutti gli ebrei del mondo. Tanto per fare un esempio.

Oppure che i nostri figli comincino a pensare, come vogliono farci credere anche i vescovi lefebvriani riabilitati, che l’olocausto è una assurda fandonia e noi soltanto dei “poveri coglioni” che si ostinano a credere che sia accaduto davvero.

Cose improbabili, forse, ma non impossibili.
A pensarci, invece, mi sembra siano storie persino già viste.