Abbiamo già portato all’attenzione dei nostri lettori il legame che unisce Rivoli a Giovanni Giolitti. La Villa di largo Salotto, la famiglia, la piccola politica, i lutti. Non tutti sanno però che in quella grande casa che gli eredi via via succedutisi concessero infine in uso al Gruppo Abele, abitarono, con tanto di nome sul campanello, penso grazie all’asserito e cattolicissimo primato morale del perdono su quello più luterano dell’espiazione preliminare, terroristi sanguinari, poi pentiti e diventati scrittori, saggisti, conferenzieri, gente che parla al pubblico. Mi riferisco nello specifico a Sergio Segio e Susanna Ronconi, all’epoca (siamo a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo) appartenenti a Prima Linea, il gruppo terroristico di fuoco più devastante dopo le Brigate Rosse; la loro spietatezza portò lutti inenarrabili alle famiglie degli appartenenti alle forze dell’ordine, e a tanti cittadini, come il sig. Angelo Furlan, a spasso con il suo cane, quando venne travolto e ucciso dal crollo del muro di cinta del carcere di Rovigo fatto saltare per consentire l’evasione della Ronconi.
Questi ricordi mi sono tornati alla mente l’altro giorno, in occasione del 45° anniversario dell’assassinio del giudice Emilio Alessandrini da parte di un commando formato, poi si seppe, dal summenzionato Segio, da Roberto Sandalo e da Marco Donat Cattin.

Ho 76 anni e mi ricordo perfettamente il clima plumbeo di quegli anni, la paura e il senso di smarrimento che queste atrocità innestavano nell’opinione pubblica, la cadenza macabra dei rintocchi di morte: giudici, carabinieri, poliziotti, docenti universitari, imprenditori, operai, pensionati, il terrore insomma, anche se ci fu chi ebbe l’ardire di definire Prima Linea non già un gruppo terroristico qual era bensì, più sobriamente, un’organizzazione combattente di sinistra.
Mi sia tuttavia consentito riportare qui un ricordo personale. Il 13 luglio 1979, a Druento, di fronte alla Cassa di Risparmio di via Torino 21, è presente il vigile urbano Bartolomeo Mana. Mana è disarmato ma in divisa. Roberto Sandalo, detto nell’ambiente Roby il pazzo per le sue propensioni omicide, lo uccide, senza pietà. Conoscevo il collega Roberto Mana in quanto all’epoca anch’io facevo suo stesso mestiere. Poi il film fu sempre il solito: una volta arrestato, Roby, ora però chiamato “piellino il canterino”, si dissocia, fa arrestare centinaia di suoi compagni di lotta, e una volta libero dopo pochi mesi di galera, avvia farneticanti percorsi politici per poi tornare in galera e morirci. Segio, l’ultimo militante di Prima Linea in galera, ne esce dopo 22 anni e collabora con il Gruppo Abele, scrive, fa conferenze.

Centinaia di famiglie, mogli, madri, padri, figli dei troppi caduti in questa guerra para-asimmetrica, 350 si stima, vivono per contro un ergastolo di dolore permanente anche se rimosso nel comune sentire. E non dimentichiamo i 1000 feriti.
Personalmente, anche di fronte all’immarcescibile balbettio di una classe politica mai all’altezza, non resta che affidarsi al pensiero del grande Cesare Beccaria: “Uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l’infallibilità di esse. La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre maggior impressione che non il timone di un altro più terribile, unito colla speranza dell’impunità.”
Carlo Zorzi

