Appunti e riflessioni per il miglioramento della qualità urbana

NOTA della redazione:
Pubblichiamo questo interessante saggio di urbanistica scritto dall’Arch. Marcello Proi (dirigente del Comune di Rivoli), e lo ringraziamo sentitamente per averci fornito il testo integrale ed averci  permesso la sua pubblicazione.
L’arch. Proi opera da molti anni nel settore della progettazione urbanistica generale ed esecutiva, e della pianificazione territoriale. Consigliamo una lettura meditata di questa analisi, in quanto la “breve nota” (come la definisce l’autore) apporta notevoli spunti di riflessione su una questione orma diventata “calda”, quale la gestione del territorio.

Ci scusiamo per la formattazione spicciola imposta dallo spazio web, sperando non comporti diminuzione di significato o difficolta di lettura.
Ecco il documento:

– Analisi e valutazione dei nuovi scenari per il governo del territorio a livello locale.

– Appunti e riflessioni per il miglioramento della qualità urbana.

-Il fallimento della esasperata regolamentazione edilizia come strumento di garanzia della qualità architettonica ed urbana.

Al centro di Fedora , metropoli di pietra grigia, sta un palazzo di metallo con una sfera di vetro in ogni stanza. Guardando dentro ogni sfera di vetro si vede una città azzurra che è il modello d’ un’altra Fedora. Sono le forme che la città avrebbe potuto prendere se non fosse, per una ragione o per l’altra, diventata come oggi la vediamo.

In ogni epoca qualcuno, guardando Fedora qual era, aveva immaginato il modo di farne la città ideale, ma mentre costruiva il suo modello in miniatura già Fedora non era più la stessa di prima, e quello che fino a ieri era stato un suo possibile futuro ormai era solo un giocattolo in una sfera di vetro.

Da “Le città invisibili” di Italo Calvino

L’approccio critico al vigente modello di pianificazione del territorio.

Da alcuni anni gli urbanisti si interrogano sull’efficacia dei tradizionali strumenti di governo e gestione territoriale sino ad oggi utilizzati nell’ambito delle attività che, per istituto, ai diversi enti territoriali competono.

Lo strumento urbanistico generale, costruito e modellato su principi di urbanistica tecnica ormai evidentemente anacronistici, mostra già da tempo tutta la sua inadeguatezza a fornire risposte concrete alle necessità di sviluppo della città ed ad una diversa percezione delle problematiche territoriali.

La legislazione regionale piemontese, alla quale mi riferisco in questa breve nota, risale infatti al lontano dicembre del 1977 ed a questa sono seguite negli anni molte fasi di integrazione e modifica con lo scopo di avvicinare il più possibile la struttura normativa alle esigenze di gestione territoriale di fatto profondamente mutate e per recepire le intervenute modificazioni derivanti da leggi di livello nazionale.

 

 

 

Altre Regioni, quali l’Emilia Romagna, la Toscana e la Lombardia hanno adottato proprie leggi urbanistiche decisamente più moderne e dinamiche, le così dette leggi urbanistiche di seconda generazione, anche se, a mio parere, ancora ulteriormente semplificabili. In tali documenti si legge la finalità di avvicinare le tecniche di governo del territorio alle esigenze di un mondo in rapida evoluzione. Non va tuttavia dimenticato e trascurato il contenuto di grande innovazione che la Legge Astengo ha saputo esprimere ed al quale molte successive leggi urbanistiche regionali del periodo hanno attinto, aggiornandone i principi ma utilizzando in gran parte una struttura logico procedurale sicuramente importante come quella della L.R. 56/77.

La vigente legge urbanistica piemontese aveva introdotto elementi di importante innovazione che non hanno, per diversi motivi, avuto modo di esplicare gli effetti voluti. Uno tra i molti esempi che si potrebbero citare è l’art. 9 bis (dissesti e calamità naturali) che consente alla Regione di intervenire con misure cautelari nelle aree soggette, o potenzialmente soggette, a dissesto idrogeologico. Tale facoltà non è stata frequentemente utilizzata in quanto, ancora oggi, sono in atto strumenti urbanistici che consentono di realizzare interventi edilizi in aree ritenute oggettivamente a rischio (incredibilmente assistiamo ancora oggi ad interventi di trasformazione del suolo in ambiti sensibili, in prossimità di corsi d’acqua o su aree potenzialmente soggette a dissesto idrogeologico).

Ritornando al Piano Regolatore Generale Comunale, così come è stato vissuto nella vigente L.R. piemontese ed in altre realtà ove non si è ancora potuto, o voluto, procedere in un successivo passaggio evolutivo osserviamo appunto che proprio ed esclusivamente sul Piano Regolatore Generale si è da sempre concentrata tutta l’attività previsionale in ambito territoriale comunale, attribuendo a tale strumento un compito probabilmente al di fuori delle sue reali ed effettive finalità e della sua portata.

Il Piano Regolatore ha rappresentato per decenni lo strumento di programmazione urbanistica comunale predisposto secondo leggi regionali in gran parte ormai obsolete benché la nostra legge urbanistica regionale abbia avuto la capacità di introdurre, considerata l’epoca, interessanti elementi anche innovativi per la progettazione a scala urbana.

Un segnale evidente della difficoltà di costruire scenari adeguati al mutare dei tempi da parte del tradizionale approccio tecnico urbanistico nella progettazione del territorio ci è stato fornito, in questi anni, dal proliferare di provvedimenti legislativi mirati a consentire un intervento modificativo rapido del Piano Regolatore attraverso diversi strumenti tra i quali ricordo i principali come gli accordi di programma (ex art. 27 della L. 142/90 così come sostituito dall’art. 34 del D.lgs 267/2000), i Programmi Integrati (ex lege 179/92) così come ripresi a livello regionale dalla L.R. 18/96, i Piani Particolareggiati di iniziativa pubblica, le conferenze dei servizi introdotte con i D.P.R. 447/98 e D.P.R. 440/2000 per gli interventi in ambito produttivo e terziario, le società di trasformazione urbana introdotte per la prima volta nel nostro ordinamento giuridico dall’art. 17 comma 59 della Legge 127/1997 (Bassanini) poi riprese dall’art. 120 del D.lgs 267/2000 e s.m.i..

Un cenno a parte merita la Conferenza di Pianificazione di cui alla L.R.n° 1 del 26/1/2007, la quale rappresenta il vero e proprio passaggio tra il vecchio modello di pianificazione ed il nuovo che sarà posto alla base della nuova legislazione urbanistica regionale. Introduce infatti il principio della copianificazione tra Enti.

Ai citati provvedimenti devono essere aggiunte le leggi speciali sulle infrastrutture e su particolari eventi di rilevanza nazionale che hanno consentito di intervenire in maniera determinante sull’assetto dei Piani Regolatori Generali.

La stessa introduzione delle così dette varianti parziali ex art. 17 della L.R. 56/77 che consentono la modificazione “veloce” del P.R.G.C. rivela la necessità di sganciarsi dalla strangolante immobilità della pianificazione urbanistica di stampo tradizionale. C’è però da segnalare come questa necessità di sganciarsi dalle “lentezze burocratiche” abbia nel tempo cagionato un ridimensionamento del ruolo regionale a favore di una autonomia decisionale locale dei singoli Comuni che, forse, hanno abusato dello strumento offerto dall’art. 17 abbandonando un approccio sistematico al progetto del territorio e risolvendo con una serie di episodi indipendenti (le varianti parziali appunto) le necessità ed i problemi che di volta in volta si manifestavano (sorge poi il dubbio che la sommatoria degli effetti delle diverse varianti parziali possa configurare una situazione necessitante di una variante strutturale).

Il Piano Regolatore Generale Comunale, così come da sempre inteso interpretato ed applicato, definisce quindi i limiti dell’attività edificatoria sul territorio, individua ambiti territoriali suddivisi per destinazioni e per condizioni di utilizzazione e definisce, anche se in termini generali, le principali infrastrutture. Esso è pertanto da considerarsi uno strumento importante, fondamentale per lo sviluppo della città, sul quale però si sono condensate aspettative sicuramente eccessive.

Infatti, in carenza di ulteriori livelli di programmazione e pianificazione più flessibili ed operativi, l’unico strumento di riferimento operativo per tutte le attività, di natura tecnico edilizia, urbanistica, socio economica è stato appunto rappresentato dal PRGC che ha pertanto visto travisata la sua vera funzione e finalità con il deludente risultato di non riuscire a fornire adeguate risposte alle aspettative di una realtà socio economica sempre più attiva, dinamica ed esigente, suscettibile ai rapidissimi mutamenti degli equilibri del mercato.

Le mutate esigenze gestionali del territorio, le nuove problematiche di carattere ambientale, le nuove ipotesi di natura infrastrutturale (quasi sempre con valenza sovra regionale e talvolta internazionale) e le opportunità di avvalersi di finanziamenti messi a disposizione dalla comunità europea, che richiedono un forte livello di progettualità propositiva da esplicare in tempi molto ristretti, impongono alle amministrazioni locali di dotarsi di strumenti efficaci in grado non di stravolgere sicuramente le previsioni di sviluppo a medio o lungo termine ma di adattarsi alle diverse realtà contingenti qualora dalle stesse possano derivare evidenti vantaggi di ordine pubblico.

L’approccio strategico alla pianificazione del territorio

La città di Torino è stata la prima città italiana a adottare un Piano strategico, nel febbraio del 2000, coinvolgendo i diversi soggetti istituzionali, i rappresentanti politici, quelli del mondo imprenditoriale e la società civile in un progetto di ridefinizione della propria identità e dei propri obiettivi.

Gli obiettivi da perseguire erano decisamente importanti: si trattava di migliorare l´integrazione nel sistema internazionale, costruire un governo metropolitano esteso e unitario, favorire le iniziative imprenditoriali, sostenere l´occupazione, fare di Torino un centro di ricerca e di formazione, trasformarla in una città di cultura e turismo, migliorare la qualità della vita.

Al termine del processo di pianificazione, un patto per lo sviluppo, articolato in 6 linee, 20 obiettivi e 84 azioni, ha impegnato i sottoscrittori a un percorso condiviso e sostenibile.

Quindi da un lato si erano evidenziati obiettivi ben definiti e dall’altro era necessario individuare gli strumenti operativi più adeguati per il loro raggiungimento.

In questi anni si rafforza quindi la consapevolezza della opportunità di costruire le condizioni operative per un approccio strategico propedeutico a tutte le azioni di pianificazione, programmazione e gestione territoriale, anche a livello locale comunale.

Certo, il piano strategico non è sicuramente una novità per le nostre città, molte realtà grandi e medie hanno adottato strumenti di questo tipo ma lo hanno fatto sempre all’interno di un panorama legislativo di “vecchio stampo” limitando quindi gli effetti positivi che probabilmente il medesimo approccio avrebbe sortito in un contesto di regole nuove.

Analizzando le esperienze già condotte, il Piano Strategico ha obiettivi e contenuti molto diversi dal vigente PRGC o dal futuro Piano Strutturale Locale (PSL). Innanzitutto non è previsto da nessuna legge nazionale o regionale. Non è un atto amministrativo come il PRG e non riguarda in primo luogo gli aspetti urbani ed edificatori. Il Piano Strategico, com’è stato sperimentato in diverse città europee (Barcellona, Lione) e italiane (Torino, Firenze, Pesaro, Trento, Trieste e altre ancora), è uno strumento flessibile, di indirizzo, che non si traduce in un formale provvedimento da parte degli organi di amministrazione comunale. Uno strumento frutto di un’elaborazione e a disposizione dell’intera città, in tutte le sue componenti, non solo dell’amministrazione comunale. Nel Piano Strategico, infatti, vengono messi attorno ad un tavolo, attraverso opportune tecniche di partecipazione, i soggetti attivi e significativi della vita cittadina, per elaborare linee di azione che prefigurino la città che si vuole costruire nei prossimi anni, in tutti i suoi aspetti e dimensioni (economici, culturali, educativi, del sistema dei servizi ecc).

Questa prefigurazione della città non è un elenco teorico ed astratto di obiettivi, il così detto libro dei sogni, ma nemmeno uno strumento “rigido” come il PRG. Infatti, elaborando alcuni grandi progetti nei principali ambiti di intervento e definendo linee di realizzazione, risorse, responsabilità di ciascuno dei soggetti che si impegnano a tale realizzazione, il Piano Strategico è in grado di far partecipare l’intera città al proprio sviluppo, dettando le linee non le regole.

In questa ottica diventa quindi possibile passare al secondo livello, rappresentato come detto da un “Piano di struttura” da attuare (e siamo al terzo livello) con una progettualità diffusa, libera, controllata nei suoi parametri fondamentali ma non soffocata e strangolata da regole talvolta incomprensibili.

Questo modello procedurale ci darebbe forse la possibilità di ripensare alle nostre città e di ridisegnarle pensando prima alle funzioni che vi si devono svolgere e poi alla costruzione degli spazi fisici in cui dette funzioni devono avvenire promuovendo le relazioni e le interazioni tra gli individui.

L’ipotesi di un nuovo modello della Pianificazione Territoriale

Dopo decenni di applicazione del sistema della cosiddetta pianificazione a cascata, connotata da un forte componente gerarchico istituzionale, si è oggi ad una svolta di natura concettuale ed operativa di notevolissima portata. Si vedono introdurre nelle recenti o nuove leggi urbanistiche i concetti di copianificazione, sussidiarietà, partecipazione che, in altre realtà europee (soprattutto del nord Europa) sono invece una costante da molti anni.

Ho rilevato negli anni una, in parte giustificata, insofferenza da parte delle amministrazioni locali derivante dai tortuosi rapporti con la Regione nel processo di approvazione dello strumento urbanistico e delle sue varianti strutturali.

Penso contestualmente che sia inopportuno e non del tutto positivo spostare troppo il baricentro decisionale relativamente alla progettazione ed approvazione dello strumento urbanistico all’interno del Comune, sebbene il Piano attesti e dimostri di essere fedele e rispondente alla programmazione sovraordinata a meno che non siano stabilite in maniera chiara le modalità di rapporto tra i diversi livelli di pianificazione e che il tutto non si limiti, nuovamente, ad un puro gioco di verifica delle diverse conformità. Tuttavia non è più sostenibile che il processo di approvazione di una variante strutturale al Piano debba avere una gestazione di alcuni anni anche perché il risultato che ne deriva è di ottenere uno strumento che nasce già vecchio e quindi inadeguato a garantire quei risultati che la pubblica amministrazione si era prefissati. Inoltre occorre evidenziare che, nella maggior parte dei casi, i competenti organi ed uffici regionali intervengono su componenti meramente normative e regolamentari e di rispetto formale delle procedure, più che sui contenuti di progetto dei diversi strumenti urbanistici (questo fatto è sicuramente dovuto anche alla grande mole di progetti di piano che la Regione si trova a dover istruire e verificare).

Occorrerebbe pertanto affidarsi ad un sistema calibrato in grado di far interagire i diversi livelli di pianificazione in maniera flessibile ed efficace.

Diversamente dal modello che il disegno di legge regionale piemontese introduce, ritengo personalmente che un corretto rapporto tra livelli di pianificazione dovrebbe vedere due fondamentali ambiti di interesse e competenza: una pianificazione a scala vasta, il Piano Territoriale Regionale (finalizzato a determinare le linee generali vincolanti per tutti gli enti locali quali le linee della grande viabilità, grandi infrastrutture, regime vincolistico ambientale ecc) ed un Piano di “struttura” a livello locale. Non me ne vogliano le Province se personalmente ritengo che sarebbe opportuno eliminare un livello di pianificazione (appunto quello del Piano di coordinamento provinciale) ma, nell’ottica di un efficiente ed efficace rapporto tra diversi livelli di pianificazione ritengo siano più che adeguati quello regionale e quello comunale.

Lo strumento che, sino ad oggi abbiamo definito “Piano Regolatore Generale Comunale” così come la nostra legislazione ha disposto e lo strumento con il quale in futuro probabilmente dovremo confrontarci (P.S.L) dovrebbe quindi essere in grado di definire con efficacia gli elementi “di struttura” del territorio, ampiamente condizionati da scelte e determinazioni con valenza sovracomunale.

Al di là dei principi che saranno introdotti e definitivamente approvati con la nuova legge urbanistica regionale, ritengo personalmente che il nuovo strumento dovrebbe essere basato sì sui principi dell’urbanistica tecnica ma in grado di lasciare volutamente dei “vuoti” da colmare con successivi progetti di dettaglio curati sia da soggetti privati, sia pubblici sia misti che, pur rimanendo all’interno dei confini strategicamente definiti in fase preliminare, siano in grado di muoversi ed articolarsi con la sufficiente flessibilità derivante dalle particolari condizioni tecniche, economiche ed di opportunità caratterizzanti il preciso momento storico in cui si effettuano.

Ciò significa che il livello di progettazione particolareggiata, a parere dello scrivente, non dovrebbe essere vincolato a priori da una serie di parametri di natura tecnico regolamentare (quantità, percentuali di destinazione ecc) ma, nel rispetto dei parametri di carattere generale e degli indirizzi programmatici assunti, dovrebbe essere messo nelle condizioni di muoversi all’interno di un quadro propositivo attualizzato al momento della sua ideazione in modo da recepire le eventuali suggestioni derivanti dalla specificità del momento. Ovviamente non si vuole escludere l’opportunità e la necessità, ove le condizioni lo permettano, di affrontare già nella fase di redazione dello strumento urbanistico generale (PRGC/PSL) una progettazione di dettaglio in grado di fornire un panorama operativo chiaro ed approfondito, sin dall’origine del processo pianificatorio finalizzato alla trasformazione di parte del territorio. Come se, idealmente, fosse possibile aprire una finestra di dettaglio, zoomando su una parte di città sulla quale l’Amministrazione comunale possiede già tutti gli elementi per indicare la corretta via di sviluppo e organizzazione. In tutti gli altri casi il ruolo fondamentale che l’Ente pubblico potrebbe riservarsi dovrebbe essere quello della valutazione intrinseca del progetto che non nasce quindi più come prodotto professionale che risponde semplicemente a norme e parametri tecnici, sicuramente rispettandoli ma perdendo frequentemente di vista la qualità globale della trasformazione urbanistica o edilizia.

L’obiettivo di un più moderno approccio da parte della politica territoriale potrebbe pertanto diventare quello di ottenere un nuovo Piano a livello comunale che, nel rispetto delle prescrizioni di carattere tecnico operativo imposte dalla legislazione regionale, sia ben definito nelle sue componenti “forti” lasciando tuttavia volutamente da definire, o meglio non costretta all’interno di prefissati parametri dimensionali e normativi di dettaglio, la soluzione di determinate porzioni sensibili della città, in modo da garantire la valutazione delle singole proposte progettuali all’atto della loro proposizione (magari con un maggiore ricorso a concorsi di idee) suscettibile di tutte quelle variazioni e modificazioni che solo il preciso momento storico potrà condizionare per gli aspetti di destinazione, di dimensione di organizzazione generale.

Detti principi sono solo in parte presenti nel disegno di legge regionale dove risultano ben definiti i diversi “momenti” di un percorso globale articolati tra una fase di definizione strutturale delle componenti territoriali, una strategico – funzionale ed infine una esecutiva attraverso la quale le diverse previsioni prendono concretamente forma.

Un altro fenomeno che, mediante il nuovo approccio culturale al Piano regolatore si potrà tentare di controllare è infine quello dell’improvvisazione e dell’occasionalità delle scelte, delegando all’iniziativa esterna l’individuazione e la gestione di interventi magari non direttamente condivisi dalle Amministrazioni.

L’auspicio resta pertanto quello di ottenere, una volta entrata in funzione la nuova normativa regionale, uno strumento di pianificazione dotato di sufficiente “flessibilità”, evitando la costruzione di un Piano a livello comunale, inamovibile e, soprattutto, ingabbiato in un sistema di regole non in grado di garantire un adeguato livello di qualità urbana, come da sempre siamo abituati a subire tale strumento.

I principi fondamentali della nuova proposta di legge per il governo del territorio piemontese.

Come già accennato più che di urbanistica, da questo momento in poi, dovremo sforzarci di pensare in senso più ampio ed articolato ad azioni di governo territoriale. Con tale termine la nuova Legge regionale, sulla scorta di quanto già prospettato in analoghe esperienze, tende ad uscire dai ristretti confini comunali per ragionare in termini di intercomunalità, di area vasta in modo da evitare tutte quelle limitazioni concettuali prima e progettuali poi che ci siamo abituati a vivere e subire negli ultimi decenni.

Con l’importante riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, avvenuta attraverso la legge 3/2001, si è dato l’avvio a questo nuovo modo di ragionare sul tema delle politiche di gestione territoriale. L’introduzione della Città Metropolitana ha obbligato a ragionare superando i limiti dei confini amministrativi comunali soprattutto per quanto attiene alla previsione e realizzazione delle grandi infrastrutture ma anche per gli aspetti legati alla armonizzazione delle diverse attività e delle diverse progettualità espresse dai singoli enti coinvolti, progettualità non solo di natura urbanistica ma anche sociale, economica e strategica.

Cito un caso pratico sul quale ho avuto modo di lavorare nel 2007. Il Programma Territoriale Integrato (P.T.I.). Esso ha rappresentato, sebbene con tutti i suoi limiti e con i difficili campanilismi da superare, un nuovo modo di programmare lo sviluppo, la tutela e la salvaguardia del territorio. Ed è esattamente sui termini di tutela e salvaguardia del territorio che si gioca una partita estremamente importante e delicata con la nuova L.U.R., infatti un approccio integrato alla pianificazione territoriale non può prescindere dalla pianificazione paesaggistica ed alla tutela dei beni culturali, ambientali ed architettonici.

La vigente Legge urbanistica piemontese (Lur n. 56 del 1977) come più volte detto, è stata una legge innovatrice, in grado di interpretare con efficacia a livello locale i principi di una legislazione nazionale che vede il suo riferimento fondamentale nella Legge n.1150 del 1942 la quale stabiliva i diversi livelli della pianificazione territoriale e urbanistica, indicando i relativi strumenti urbanistici generali ed attuativi. Essa inoltre riprende, reiterpreta ed attua le prescrizioni della così detta legge ponte (765/1967) che introduce, tra l’altro, il piano di lottizzazione, il Decreto Ministeriale 1444/1968 che introduce gli standards urbanistici, la Legge Bucalossi (10/1977) che detta norme precise per l’edificabilità dei suoli ed introduce uno strumento, innovativo per i tempi, denominato Programma Pluriennale di Attuazione.

Già negli anni immediatamente successivi alla sua promulgazione la L.R. 56/77 ha iniziato il lungo percorso di modifica ed aggiornamento dettato sia dalla necessità di recepire norme e prescrizioni di livello nazionale sia dalla necessità di adeguarsi alle esigenze che nel frattempo stavano maturando. Sempre solo di interventi correttivi si è trattato e mai di vera modifica sostanziale che infatti non poteva essere attuata proprio in relazione alla struttura fondamentale della legge stessa.

Come sostenuto infatti da illustri urbanisti, e cito a tal proposito il Prof. Carlo Alberto Barbieri il quale ha evidenziato che “Non è facile, infatti, convertire strumenti e pratiche basati sulla tutela del suolo e sul necessario contenimento e ordinamento delle espansioni urbane, in strumenti di promozione e governo della riqualificazione, dello sviluppo locale e delle trasformazioni urbane sostenibili”

E ancora, parlando della vigente L.R. 56/77, evidenzia “l’impianto non sussidiario ma gerarchico (specie dopo la interruzione della sperimentazione dei Comprensori nel 1986) del sistema di pianificazione e le relative procedure; l’incapacità di essere una legge di coordinamento ed integrazione per le numerose attività di pianificazione e normative settoriali o specialistiche riguardanti il territorio; la debolezza nel considerare la pianificazione e la progettazione del paesaggio ed il relativo ruolo degli enti locali; una forte natura urbanistico-regolativa dell’uso del suolo” hanno reso di fatto difficile, per non dire impossibile, una sostanziale trasformazione della Legge regionale da un assetto regolamentare ad uno appunto di coordinamento, integrazione e promozione.

E’ dunque fondamentale mettere in risalto questo aspetto della nuova proposta di legge regionale e cioè il nuovo approccio alla pianificazione del territorio che vede la partecipazione attiva di più soggetti che operano in un quadro di co_progettazione in quello che sarà un percorso processuale e non più un allineamento di indirizzi e di scelte a decisioni e prescrizioni gerarchicamente imposte.

La nuova legge regionale piemontese per il governo del territorio in sintesi:

Quadro di Governo del Territorio (QGT) articolato in:

  1. Piano Territoriale Regionale (PTR): conferenza di copianificazione tra Regione e Province (sono informate città metropolitana, province, comuni e comunità montane);
  2. Piano Paesaggistico Regionale (PPR): processo di copianificazione a cui partecipano Province, comunità montane e comuni secondo i principi di sussidiarietà e cooperazione;
  3. Documento Strategico Territoriale (DST): approvato dalla Giunta regionale sentita la competente Commissione consiliare e previa convocazione di una conferenza di copianificazione.

LIVELLO DI PIANIFICAZIONE PROVINCIALE E METROPOLITANA

  1. Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP): approfondisce le indicazioni del QGT e della programmazione regionale, attraverso una conferenza di copianificazione cui partecipa la Regione, città metropolitana (ove istituita) i Comuni che ne fanno richiesta, le Comunità montane e collinari, gli enti di gestione delle aree protette e altri enti, anche statali, ritenuti necessari. In sede di PTCP la Provincia definisce in accordo con i Comuni i tempi e le modalità di adeguamento della pianificazione a livello locale comunale;
  2. Documento strategico provinciale facoltativo di indirizzo politico programmatorio;

LIVELLO METROPOLITANO (OVE ISTITUITO)

  1. Piano strategico metropolitano (PSM) avente natura politico programmatica e processuale indirizzato a definire la visione generale del sistema, le azioni e le progettualità transcalari che la città metropolitana intende realizzare ed i contributi che la città Metropolitana intende offrire al documento strategico territoriale;
  2. Piano strutturale metropolitano: sostituisce, nei comuni che fanno parte della città metropolitana, i singoli Piano Strutturali Locali.
  3. I singoli Comuni si dotano di un Regolamento Urbanistico (RU) e di un Piano Operativo Locale (POL);
  4. Strumenti operativi a livello metropolitano quali Accordi di Programma, Programmi complessi ecc.

LIVELLO LOCALE (COMUNALE)

  1. Piano Strutturale Locale (PSL) o PSL intercomunale: strumento obbligatorio, configura l’assetto del territorio da trasformare, riqualificare, conservare, tutelare; vale a tempo indeterminato, non ha effetti conformativi della proprietà e non appone vincoli preordinati all’esproprio. E’ formato attraverso il lavori della conferenza di copianificazione e valutazione. Esso è approvato dal Comune procedente;
  2. parti integranti del PSL: rapporto ambientale, relazione geologico tecnica, Regolamento Urbanistico (RU). Il RU ha efficacia conformativa degli immobili, definisce i parametri ambientali, urbanistici, fondiari ed edilizi, appone vincoli preordinati all’esproprio (in questo caso dura 5 anni) definisce i criteri di progettazione ecocompatibile ecc. E’ approvato contestualmente al PSL;
  3. Il Regolamento Edilizio (ex l.r. 19/1999) costituisce allegato del RU;
  4. Il Piano Operativo Locale (POL) che disciplina gli interventi di trasformazione del territorio, è conformativo della proprietà delle aree;
  5. Progetto Urbanistico di Intervento Convenzionato (PUIC): sostituisce tutti i diversi strumenti attuativi del vigente PRGC.

I tempi per l’approvazione definitiva dello strumento urbanistico generale a livello locale, secondo una stima ed una simulazione condotta calcolando la durata delle varie fasi procedurali previste dovrebbero passare dai vigenti 60 mesi circa (con la L.R. 56/77) a circa 30 mesi complessivi con la nuova normativa.

Effettuata questa brevissima sintesi delle componenti della futura legge regionale è probabilmente possibile evidenziare che, al di là di una possibile riduzione dei tempi tecnici totali per l’approvazione dello strumento urbanistico locale, resta di base una certa complessità generale rilevando inoltre, nelle citate leggi di “seconda generazione”, (sia piemontese, sia lombarda, toscana ed emiliana) una certa ridondanza normativa.

Osserviamo infatti come, ad esempio, nella legge regionale lombarda 11/3/2005 n° 12, venga fatto ampio riferimento alle procedure edilizie (parte II gestione del territorio). Perché riscrivere in sostanza quanto già contenuto ed ampiamente normato nel Testo Unico per l’Edilizia in merito ad esempio dello sportello unico? Non si rischia di avere una Legge che assomiglia troppo ad un regolamento edilizio, almeno in una ampia sezione della medesima? Interessante invece il processo di adozione ed approvazione del PGT, i riferimenti ai principi di perequazione e di partecipazione e l’articolazione del Piano di governo del territorio negli atti definiti documento di piano, piano dei servizi e piano delle regole.

Di grande interesse anche l’approccio assunto nelle leggi regionali dell’Emilia Romagna e della Toscana. La Regione Emilia Romagna, con la sua L.R. 20/2000 mantiene lo schema fondamentale del processo di pianificazione “ a cascata”, anche in questo caso uno spazio è riservato ai principi di perequazione che si concretizzano attraverso l’attuazione della strumentazione urbanistica generale ed esecutiva rappresentata appunto dal PSC (Piano Strutturale Comunale) dal POC (Piano Operativo Comunale) e dai PUA (Piani Urbanistici Attuativi) ed alla partecipazione pubblica. Diversamente dalla situazione lombarda, la Regione Emilia ha inoltre disciplinato separatamente la materia edilizia con la propria l.r. 25/11/2002 n° 31, riprendendo alcuni principi del Testo Unico ed introducendo alcuni aspetti innovativi quali, ad esempio la Commissione per la qualità architettonica e il paesaggio.

Ho personalmente trovato di grandissimo interesse infine, l’approccio assunto dalla Regione Toscana in merito alle questioni riguardanti sia il governo del territorio sia il metodo partecipativo. Innanzitutto la regione Toscana ha assunto il proprio PIT (Piano di Indirizzo Regionale) a gennaio 2007 che, sviluppato su alcuni indirizzi fondamentali, rappresenta il quadro strategico all’interno del quale le azioni della regione si svolgono. La L.R. 3/1/2005 n° 1 rappresenta poi un vero e proprio testo unico regionale che somma sia le disposizioni per il governo del territorio, sia la disciplina dell’attività edilizia sia la sezione dedicata alle numerose e modifiche abrogazioni di altre leggi regionali (documento decisamente complesso).

La materia è realmente molto articolata e complessa ed è tale da meritare una trattazione specifica che, per ovvie ragioni di sintesi, non può trovare spazio in questa breve nota, finalizzata invece a cogliere spunti per successive e più ampie riflessioni. Una considerazione generale che vale per tutte le esperienze regionali in materia di governo del territorio può essere fatta. Non si è ancora riusciti a raggiungere quel grado di semplificazione necessaria per rendere totalmente efficaci i principi contenuti nelle diverse Leggi. A mio parere quando i condivisibili principi contenuti in molte di queste Leggi (soprattutto quelli rivolti alla tutela dell’ambiente, alla perequazione urbanistica, alla partecipazione, alle modalità di coprogettazione, alla sussidiarietà tra enti) troveranno concretizzazione in azioni semplici ed in procedure più razionali allora potremo veramente affermare di aver costruito uno strumento di efficace governo territoriale, poiché purtroppo l’esperienza ci insegna che, a fronte di una eccessiva complessità e tortuosità di procedure e di adempimenti formali, anche la qualità dei principi ispiratori e la bontà di molte idee sono destinate a perdersi e a non trovare efficace attuazione nell’interesse collettivo.


Regolamentare non significa garantire la qualità

Per una qualche strana ragione, nel nostro Paese, esiste la radicata convinzione che emanando molte leggi, decreti, circolari esplicative ed applicative, regolamenti attuativi ed ulteriori circolari esplicative dei regolamenti attuativi si possa garantire la qualità dell’ambiente e delle nostre realtà urbane. Non è affatto così! Questo anche perché la gran parte delle prescrizioni restano scritte su carta e quasi mai concretamente ed efficacemente applicate. Tuttavia, come si potrà verificare, è altrettanto difficile pensare che si possa applicare correttamente tutta quella mole di norme e di regole che dovrebbero essere osservate nello svolgimento dell’attività progettuale.

E’ sufficiente percorrere le nostre città, i nostri paesi per renderci conto che, al di là di rari casi più o meno recenti in cui, evidentemente, la capacità e l’estro del progettista e le esigenze del committente hanno trovato casualmente un punto di equilibrio con la regolamentazione locale, ottenendo quindi un risultato architettonico compositivo qualitativamente di buon livello, la stragrande maggioranza degli episodi edilizi, ed uso volutamente il termine edilizio perché di architettura non si può parlare, è di levatura piuttosto scarsa sia sotto il profilo eminentemente tipologico e compositivo e sia, cosa forse ancor più grave, sotto il profilo funzionale.

Infatti, esclusi ovviamente i grandi esempi del passato e le specifiche caratterizzazioni territoriali legate ad espressioni culturali evidentemente riconoscibili in forme edificate di sicuro pregio, tutto il resto è anonimo, privo di motivazioni forti, ripetitivo ed indifferente.

Naturalmente, partendo da questi spunti di riflessione il ragionamento si può estendere dall’architettura all’urbanistica, alle politiche ed alle tecniche di governo del territorio sulle quali si è fatto un gran parlare, si sono prodotte tonnellate di norme, senza tuttavia ottenere un risultato sostanzialmente importante.

La principale criticità riscontrata risiede proprio nella difficoltà di procedere con un approccio integrato tra le diverse progettualità di settore.

Si riscontra in maniera pressoché costante una continua compartimentazione tra la pianificazione territoriale e i numerosi piani, studi e programmi specialistici. Basti pensare alla difficoltà più volte verificata di integrare le azioni dei Piano Urbano del Traffico o del Piano degli indirizzi commerciali o, ancora, di un programma di arredo urbano con la pianificazione territoriale in senso lato.

Alla base di tale difficoltà potrebbe essere collocata la mancanza di un approccio strategico che, utilizzando lo strumento della partecipazione e della condivisione sia in grado di conciliare le diverse componenti progettuali del territorio in un unico documento di programmazione e gestione.

Quante volte abbiamo infatti assistito alla predisposizione di piani e programmi incapaci di evidenziare connessioni funzionali tra loro.

Il coraggio delle scelte

I grandi utopisti del passato oggi, purtroppo, non esistono più. Il dibattito culturale sui temi della qualità architettonica, dell’ambiente e del paesaggio è da troppo tempo sopito. Eppure esistono autorevoli studiosi, esponenti del mondo accademico e professionale, ricercatori ed illuminati pensatori che molto hanno detto e scritto e molto avrebbero da dire e da proporre su questi temi. Ma forse il problema sta proprio qui, nella incapacità di tradurre determinati pensieri in modelli operativi e metodi applicativi veri, efficaci, chiari, in modelli di riferimento che, senza essere rigidamente comprimenti, consentano ai politici che hanno la responsabilità delle scelte strategiche ed ai tecnici che hanno la responsabilità della concreta attuazione dei programmi, di esprimere in forme tangibili un pensiero oggi troppo spesso limitato al solo scrupolo di rispettare il dato numerico di una norma.

La città che si trasforma deve poter contare su regole nuove, su un diverso approccio culturale e professionale che consenta effettivamente di disegnare la città del futuro, altrimenti continueremo ad imbiancare muri vecchi, che di valore storico magari hanno proprio nulla (troppo spesso si è confuso il centro storico con il centro vecchio, non tutto merita di essere conservato, molto si ma non tutto).

Oggi siamo ad oltre mezzo secolo anni da quell’epoca in cui il nostro Paese usciva dal periodo post bellico nel quale non c’era tempo di badare troppo allo stile ed alla qualità dell’edilizia, era inoltre un periodo nel quale le tecniche costruttive erano quello che erano ed i problemi di natura energetico ambientale erano sicuramente lontani dall’essere messi in primo piano. Di quella corsa oggi portiamo i segni profondi nelle nostre periferie degradate in cui tanta gente vive soffrendo degli effetti di una edilizia povera fatta solo di metri cubi e niente altro. Intere porzioni di città vivono la quotidiana sofferenza di un isolamento fisico e funzionale, senza servizi, senza identità, i così detti “non luoghi” per usare un termine caro a molti urbanisti.

Anche da questa constatazione deriva la proposta, forse provocatoria ma assolutamente fondata, di individuare metodi e forme organizzative per ricostruire intere porzioni di città attraverso la demolizione e la ricostruzione di interi quartieri, recuperando la necessaria fiducia e la collaborazione tra pubblico e privato nella consapevolezza che le risorse finanziarie pubbliche saranno sempre meno disponibili in futuro.

Osservo dalla finestra del mio ufficio un gruppo di edifici nati intorno ai primi anni ’60. Al di là del loro valore estetico e formale, non mi interessa formulare giudizi di questo tipo, è evidente che al loro interno esistono seri problemi di contenimento energetico (nessun isolamento termico, serramenti semplici e a bassa tenuta, impianti obsoleti ecc.) problemi di isolamento acustico (se cade un oggetto al 5° piano se ne accorge l’inquilino del piano terra, inesistente isolamento tra le diverse unità immobiliari) e da questo derivano problemi di convivenza, non esistono autorimesse per tutti e quindi le auto sono parcheggiate selvaggiamente per strada, anche in doppia fila, questi edifici sono un concentrato di barriere architettoniche (scale, porte invalicabili con sedie a rotelle, ascensori inadeguati per accogliere persone disabili o semplicemente una donna con un bambino nel passeggino).

Queste valutazioni mi inducono a proporre l’ipotesi di un equilibrato e sapiente processo di riconfigurazione e rimodellazione del territorio attraverso la demolizione dell’esistente e la ricostruzione degli immobili con criteri del tutto innovativi, introducendo concettualmente i medesimi principi che hanno indotto a rottamare la vecchia auto o il frigorifero.

In questo caso non parliamo però di elettrodomestici ma di abitazioni entro le quali si svolge la vita di persone nei confronti delle quali occorre avere la massima attenzione ed il massimo rispetto. Certamente un tale processo non si compie da solo ed occorre che siano create le condizioni tecniche, normative, economico finanziarie e sociali per poterlo attuare.

Qui tutti sono chiamati a fornire il proprio contributo: amministratori pubblici, architetti, sociologi, economisti ecc.

Personalmente ritengo che in luogo di sei palazzi banali da 5 piani preferirei avere due piccole torri da 15 piani, ottenendo alla base una superficie da destinare a servizi, pubblici e privati, a verde e per la fruizione collettiva. Le autorimesse, in numero adeguato e di facile accesso dovrebbero essere collocate tutte nei piani interrati, compresi i parcheggi pubblici, in modo da liberare in massima parte dalle auto le superfici a cielo aperto.

Ma per fare tutto ciò occorrono i mezzi finanziari, la volontà politica e, soprattutto, la partecipazione e la condivisione popolare della cittadinanza coinvolta. Infatti uno dei principali problemi è rappresentato dalla necessità di trasferire gli occupanti delle diverse unità immobiliari in altra sede temporanea per il tempo necessario a realizzare i nuovi alloggi da restituire ai legittimi proprietari. Questa fase richiede una delicatissima attività di informazione, coinvolgimento ed accompagnamento sociale per evitare traumi e mancate adesioni, soprattutto da parte della popolazione più anziana e quindi radicata e legata all’ambiente esistente ed alle proprie abitudini di vita.

A tale scopo potrebbe essere programmato un intervento a rotazione graduale in grado di consentire la realizzazione dei nuovi edifici pur mantenendo in piedi parte dei fabbricati da eliminare e la predisposizione di “alloggi parcheggio” per coloro che devono abbandonare le proprie abitazioni. Il secondo aspetto riguarda l’individuazione di tutta una serie di iniziative “premianti” per gli operatori che si assumono l’onere ed il rischio dell’iniziativa tecnico finanziaria. Tali iniziative potrebbero essere rappresentate da riduzioni proporzionali sugli oneri di urbanizzazione, “bonus” di capacità edificatoria dimensionati in modo da garantire il dovuto ricavo dell’operazione immobiliare.

Tuttavia, quello sul dibattito sull’architettura in senso lato, è argomento troppo vasto e complesso per essere contenuto in questa breve nota che, invece, vuole ritornare ad affrontare, più semplicemente ed umilmente, la “questione delle regole” e le modalità di relazione tra pubblico e privato nella gestione e nella realizzazione degli interventi di trasformazione del territorio.

Il mondo delle regole. Parola d’ordine: semplificazione!

Ci si chiede inevitabilmente: ma se nel passato un Bernini, un Brunelleschi un Michelangelo oppure, in epoche più recenti e senza voler azzardare parallelismi inopportuni ed imbarazzanti, i più famosi architetti del mondo come Richard Meier, Santiago Calatrava, Frank’O Gehry, Mies Van Der Rohe, Jean Nouvel o Kenzo Tange o il nostrano Renzo Piano oppure ancora Frank Lloyd Wright o Le Corbusier, riconosciuto, assieme a Ludwig Mies van der Rohe, Walter Gropius e pochi altri, quale incontrastato maestro del Movimento Moderno, si fossero fatti soffocare da una miriade di regolette, parametri edilizi, lacci e laccioli oggi potremmo ammirare quelle grandi opere che rappresentano una ricchezza per l’intera umanità o che rappresentano comunque straordinari esempi della creatività umana? E ancora, come mai se un nome importante dell’architettura contemporanea viene incaricato di progettare un grande intervento (padiglioni di fiere, grandi edifici pubblici e privati ecc) può permettersi di non osservare tutte le norme edilizie normalmente operanti nei nostri Enti Locali, d’altronde l’opera è importante e deve essere bella, mentre tutti i restanti “poveri” architetti che operano nel mercato “ordinario” vengono tarpati nelle loro potenzialità espressive dovendo sottostare appunto a tutte quelle regole che, come detto e come cercherò di illustrare più avanti, a tutto servono tranne che a garantire la “qualità intrinseca dell’oggetto architettonico” calato in un ambiente urbano che, per le stesse ragioni , soffre già di per sé di una ancora più grave crisi di qualità ,di funzionalità e di identità.

Emblematico il caso dei grattacieli di Torino: realizzazioni alle quali personalmente guardo con grande favore e condivisione ma calate in mezzo al tessuto esistente non hanno significato, stonano, annientano l’intorno. Anziché fare le spine con milioni di mc. destinati solo a residenza (speculazione a favore dei soliti gruppi imprenditoriali) si fosse previsto lo sviluppo di un vera e propria city (con tanti grattacieli insieme) su modello di ciò che è avvenuto in molte città europee (Berlino, Londra, Madrid ecc) forse sarebbe stato meglio. Sono personalmente un sostenitore dello sviluppo verticale delle città ma tale sviluppo dovrebbe essere realizzato in modo da non creare conflitto con il tessuto urbano esistente.

Sia ben chiaro che chi scrive non è assolutamente un sostenitore di una deregolamentazione selvaggia dell’attività progettuale e costruttiva, anzi. Le regole ci devono essere, devono valere per tutti e da tutti devono essere osservate e rispettate ma devono essere semplici, chiare, razionali, applicabili secondo interpretazione univoca ed effettivamente costruite per garantire il raggiungimento dei più elevati standard di vita dei cittadini, qualunque funzione essi debbano svolgere sul territorio costruito e non.

Dovremmo arrivare a valutare il progetto in quanto tale e non vedere lo stesso come un esercizio di puro rispetto di regole tecniche. Purtroppo questa inversione di tendenza impone necessariamente un radicale cambiamento dell’approccio valutativo che oggi l’ente pubblico, attraverso i suoi organi tecnici, è chiamato istituzionalmente a compiere. Il sistema delle “responsabilità” deve spostarsi più sul fronte qualitativo rispetto a quello quantitativo imponendo quindi a chi ne ha titolo (il funzionario pubblico) di esprimersi prima sui contenuti generali di sostanza di un progetto e poi, ma con minore tensione e preoccupazione, sulla verifica del rispetto quantitativo di una norma.

D’altro canto personalmente ritengo che siano ben maggiori le responsabilità (oggi solo morali, deontologiche e professionali e non di Legge) derivanti dall’aver autorizzato un’opera orrenda, ma perfettamente rispondente alla norma, piuttosto di quelle derivanti dall’aver autorizzato un’opera qualitativamente e funzionalmente valida che magari ha comportato un percorso interpretativo difficile ma in grado di garantire un prodotto finale di pregio, un percorso che ha visto focalizzare l’interesse più sugli aspetti di sostanza, di qualità e di funzionalità e, successivamente, sulle questioni quantitative, importanti anch’esse ma secondarie.

Inoltre un apparato di regole aventi le caratteristiche sopra generalmente indicate deve essere in grado di garantire la concreta applicazione di principi irrinunciabili quali la perequazione, la parità di condizioni operative e di sviluppo per tutti i cittadini, la tutela dei diritti fondamentali legati alla proprietà privata pur tuttavia con la massima attenzione alla tutela dell’interesse pubblico che mai deve venir meno, la salvaguardia di pari opportunità per tutti colore che, a diverso titolo, operano interventi di modificazione del territorio e, in ultimo ma non per minor importanza, la salvaguardia dell’ambiente in tutte le sue espressioni e del territorio che è un bene non riproducibile e che, una volta compromesso, è definitivamente perduto.

Oltre alle normali regole che, come auspicato, necessitano evidentemente di un serio processo di semplificazione e razionalizzazione, sarebbe inoltre forse opportuno ritornare a parlare di stile, di proporzioni, di armonia compositiva o di ricerca dell’equilibrio tra l’oggetto edilizio e l’ambiente in cui esso è calato, di lettura ed interpretazione ragionata degli scenari nei quali ci si trova ad operare, spostando quindi l’attenzione più su temi e contenuti di natura qualitativa piuttosto che di natura banalmente tecnico regolamentare.

Attenzione, quando parlo di stile non intendo sostenere l’opportunità di ricondurre i nostri prodotti architettonici a specifici modelli già negati e contestati in passato, in epoca post modernista, quando negli anni ’70 sono stati messi in crisi in virtù di una libertà stilistica che ha appunto negato i parametri e i dettami dello “stile modernista” propugnando appunto la libertà di attingere da culture diverse e stili del passato in una rielaborazione e reinterpretazione assolutamente libera e soggettiva.

Desidero semplicemente ragionare sulla possibilità di individuare una serie di caratteri architettonici in grado di essere riconosciuti in futuro, a distanza di molti anni, non necessariamente catalogati in un nuovo “stile” ma in grado di caratterizzare una ben precisa epoca storica o una collocazione territoriale. Oggi è proprio la perdita di identità dell’architettura che ci ha fatti uscire da un contesto spazio temporale per proporci una serie di episodi assolutamente casuali, anonimi, magari anche gradevoli dal punto di vista dell’impatto visivo, ma non in grado di interpretare e caratterizzare appunto un determinato momento della nostra evoluzione storica e socio culturale.

Dall’epoca del De re aedificatoria, trattato sull’architettura scritto da Leon Battista Alberti nel 1450 su commissione di Leonello d’Este, di tempo ne è trascorso ma nessuno si è più preso la briga di affrontare il tema dei principi dell’architettura.

La straordinaria valenza di questo trattato scritto in latino, era rappresentata proprio dal fatto che esso si rivolgeva non solo ad un pubblico di addetti ai lavori ma anche al grande pubblico di educazione umanistica, basato sui dieci libri del De architectura di Vitruvio, allora circolante in copie manoscritte e non ancora corrette filologicamente. Esso rappresenta il primo libro teorico sull’argomento sin dall’antichità e fu molto popolare (primo libro stampato in tema architettonico nel 1485) fino al XVIII secolo quando divenne la principale fonte di riferimento per le scienze architettoniche.

Ora, senza pretendere che un novello Leon Battista Alberti si metta a riscrivere un nuovo trattato sull’architettura (oltre che improbabile potrebbe risultare poco utile) sarebbe però interessante che gli architetti ricominciassero a porsi il quesito in merito ad un possibile recupero di quei canoni e quei parametri di progetto in grado di restituire una connotazione formale alle nostre città.

Non vorrei tuttavia, in conclusione di questi ragionamenti, che si intravedesse in queste mie parole un pessimismo ed una rassegnazione incolmabile. Molto è stato fatto o si è cercato di fare. I nostri legislatori hanno talvolta intrapreso azioni di semplificazione di norme e leggi regolanti le materie dell’urbanistica, dell’architettura e, più operativamente, dell’edilizia. Tuttavia tali sforzi non hanno ottenuto probabilmente il risultato voluto perché la mole di riferimenti legislativi e normativi è rimasta ad oggi praticamente invariata, poiché, seppure nel lodevole tentativo di accorpare più leggi in provvedimenti unici, si è mantenuta in vita (anche solo per piccole parti o frammenti di articolato) la legge o il provvedimento normativo originale obbligando quindi gli operatori del settore, i giuristi e quanti altri a mantenere alta l’attenzione e la conoscenza su un panorama normativo piuttosto vasto e variegato.

Da persona che per mestiere ha a che fare con questo apparato di regole e di norme ho sempre immaginato con grande quanto infantile entusiasmo, la possibilità di avere sempre come riferimento attualizzato una norma unica in sostituzione di quella previgente. Insomma mi sono sempre domandato: ma perché se esiste una legge n° 1 anziché promulgare la legge n° 2 che integra la n° 1 negli articoli 3,4,5,6,7 mantenendo in vita tutto il resto, non si riscrive ex novo la n° 1 chiamandola n° 2, abrogando quella vecchia e tenendo, quale unico riferimento, quella nuova? Così facendo avremmo probabilmente la metà delle leggi di riferimento in materia edilizia ed urbanistica rispetto a quelle vigenti e forse un panorama generalmente più chiaro.

La medesima cosa vale per i regolamenti locali e per l’intero nostro apparato normativo che, per mole, consistenza e complessità non ha eguali in alcun altro Paese del mondo.

Il nostro Paese ha i tempi amministrativi di rilascio dei Permessi di Costruire di esasperata ed inaudita lunghezza. Come mai?

Eppure, in un rapporto professionale tra soggetti parimenti dotati di conoscenze ed esperienze tecnico scientifiche e culturali (tecnici dipendenti della P.A. o, come preferisco definirli, professionisti della Pubblica Amministrazione e liberi professionisti esterni che operano sul mercato) il dialogo dovrebbe essere facile e portare a veloce conclusione un procedimento relativo ad un intervento edilizio. Non è quasi mai così.

Sembra che i due tecnici (quello interno alla P.A. ed il libero professionista) parlino lingue diverse, interpretino sempre in maniera differente le norme e facciano una grande fatica a trovare un comune punto di equilibrio.

E’ vero che da parte del privato c’è quasi sempre l’obiettivo di massimizzare i profitti stirando quindi la norma verso una interpretazione applicativa che gli consenta appunto di raggiungere tale risultato, ma è anche vero che sovente il problema è “nuovamente” limitato e ridotto ad una questione quantitativa mentre, forse, se l’attenzione di entrambe le parti fosse indirizzata a risolvere prima gli aspetti di qualità e contenuto per poi affrontare gli aspetti meramente numerici probabilmente il rapporto cambierebbe. Per fare ciò però occorre che il castello normativo che il dipendente pubblico ha il dovere di rispettare e far rispettare deve essere costruito in modo da consentire quel tipo di rapporto virtuoso che, altrimenti, non potrà mai essere impostato.

A fronte di un panorama normativo più semplice e chiaro potrebbe ad esempio spostarsi il baricentro dell’attenzione più sulla fase del controllo post lavori piuttosto che in quella propedeutica al rilascio del titolo edilizio ad edificare.

E’ piuttosto imbarazzante pensare che un architetto o un ingegnere libero professionista debba chiedere ad un altro architetto o ingegnere della Pubblica Amministrazione se il suo progetto è giusto! Sarebbe come affermare che il libero professionista è insicuro della propria professionalità e, nei fatti, se il progetto viene sovente fermato, rinviato o respinto è perché qualcosa nel rapporto professionale non funziona.

Un segnale di questa insicurezza da parte del mondo libero professionale è dato dall’utilizzo “timido” della denuncia di inizio attività (D.I.A.) per opere che siano di rilievo rispetto ad una semplice recinzione. Eppure quello della denuncia di inizio attività, è un istituto di portata e peso straordinario. Partita dapprima in sordina (ha avuto il suo precursore nel famoso articolo 26 della Legge 47/85) e poi via via ampliata nei suoi poteri la D.I.A. ha rappresentato la vera rivoluzione nel panorama autorizzativi edilizio.

Tuttavia perché sovente i professionisti preferiscono sottostare al processo autorizzativo di un Permesso di Costruire anziché utilizzare lo strumento della D.I.A.? Semplicemente per una questione di responsabilità che, nel primo caso è spostata in capo alla P.A. concedente mentre nel secondo è assunta in proprio dallo stesso professionista che, a meno di trovarsi in casi di estrema linearità, semplicità e chiarezza, non sempre si assume con serenità l’onere di garantire il totale rispetto di norme e leggi sovente incomprensibili o comunque di non sempre chiara e di univoca interpretazione.

Diversamente accade ad esempio in Francia dove, invece, avviene esattamente il contrario: il professionista propone l’intervento garantendo la regolarità dello stesso e la conformità del progetto alle leggi ed ai regolamenti locali (evidentemente più semplici e facilmente interpretabili). Il responsabile pubblico, verificata la completezza documentale e la sua rispondenza alle norme, rilascia il permesso in tempi certi, con riserva di intervenire in corso d’opera e a fine lavori per la verifica della corrispondenza di quanto realizzato al progetto.

Ora, non è pensabile che si possa passare da un sistema confuso e complesso come il nostro ad uno semplice e snello, simile a quello di altre realtà europee (anche perché di modelli ideali ritengo non si possa parlare in alcuno Stato ma solo di modelli migliori o migliorabili) però è necessario pensare che una razionalizzazione complessiva del sistema sia doverosa.

D’altronde non è sostenibile che il nostro Paese debba presentare un panorama legislativo e normativo così abnorme (ho letto che si parla addirittura di circa 190.000 tra leggi, decreti, ed altre norme) rispetto agli altri Paesi europei dove il numero dei provvedimenti tra Leggi, decreti e norme varie risulta essere decisamente più normale ed accettabile:

  • Ÿ Regno Unito n° 3.000
  • Ÿ Germania n° 5.000
  • Ÿ Francia n° 7.000

Viene quasi da pensare che tutto ciò sia voluto e costruito ad arte nella consapevolezza che in un ambiente legislativo così abnorme, confuso e contraddittorio possano proliferare coloro che da tale confusione traggono evidenti vantaggi (per non parlare di tutto l’indotto che ciò implica: contenziosi, quindi avvocati, periti, esperti vari ecc.).

Sarà utopistico ma si sente una prepotente necessità di maggiore semplicità con l’eliminazione di tutte quelle norme tecniche assurde, leggi leggine e regolamenti che si preoccupano solo degli aspetti quantitativi e mai qualitativi.

Occorre che gli architetti tornino a fare il loro mestiere e i funzionari degli uffici tecnici pubblici assumano un atteggiamento meno “sospettoso”. Poche regole chiare e uniformi sull’intero territorio nazionale, con i necessari interventi correttivi specifici su base regionale per consentire quelle caratterizzazione tipologico formale doverosa per la diversificazione delle diverse culture regionali e per consentire il corretto inserimento e l’efficace applicazione di un apparato normativo nuovo in contesti ambientali tra loro anche molto diversificati.

Infine il rigore, la legalità ed il rispetto delle norme deve essere un obiettivo primario. In un panorama fatto di regole semplici ed univoche, dove viene offerta pari opportunità a chiunque debba intervenire sul territorio, dove il rapporto con la Pubblica Amministrazione viene basato sulla trasparenza e sulla sicurezza, non devono esserci spazi per la tolleranza nei confronti di chi abusa e di chi interviene in modo irregolare nel settore edilizio. Basta condoni e sanatorie, a fronte di regole chiare e certe occorre inasprire la repressione del fenomeno dell’abusivismo attuando le demolizioni ove necessario. La legge già oggi dispone in tal senso, tuttavia in molti anni di attività rarissimi sono stati i casi in cui ho assistito ad interventi radicali con la rimozione dei manufatti irregolari (sono intervenuti i vari condoni, ci sono i ricorsi al TAR che congelano tutto e poi alla fine un modo per venire fuori dal problema si escogita sempre). Questo approccio deve cambiare, ma solo attraverso una profonda rivisitazione del nostro apparato normativo ciò sarà possibile.

Alcune questioni pratiche

Chiunque abbia, per mestiere o altro, avuto la necessità o la possibilità di analizzare uno strumento urbanistico generale di un qualsiasi Comune piemontese (ma anche di molte altre regioni) di dimensioni medie o piccole avrà sicuramente notato come il tutto si riduca ad una sterile zonizzazione territoriale alla quale corrisponde, di norma, una indicazione della destinazione d’uso principale e 2 o 3 parametri fondamentali: un indice di utilizzazione territoriale, un indice fondiario (quando non è presente solo un unico indice di utilizzazione territoriale), un rapporto di copertura e un limite di altezza. Tutto qui. Nessuna o pochissime indicazioni di natura tipologico formale (solo per i centri storici di solito vengono fornite norme di maggiore dettaglio), nessun indirizzo circa l’armonizzazione del nuovo intervento con il tessuto esistente, scarsissima attenzione per le infrastrutture (che vengono sempre dopo) per l’innovazione tecnologica, per il risparmio energetico, per la ecosostenibilità dei singoli fabbricati, carenti prescrizioni di natura paesaggistica ed ambientale.

Gli stessi parametri utilizzati per la determinazione degli spazi appaiono sovente obsoleti ed inadeguati. Le dimensioni degli ambienti sono espresse sovente in metri cubi, ma noi viviamo sopra delle superfici, non galleggiamo mica per aria, siamo normalmente soggetti alla gravità. Perché un uomo deve vivere in un ambiente alto solo 270 centimetri (tale è di norma l’altezza interpiano consentita) già, perché ho calcolato le dimensioni della mia casa in mc e se aumento l’altezza pago di più, mi ci vuole più cubatura ecc!

Non parliamo poi delle Norme di Attuazione del PRGC e dei Regolamenti Igienico Edilizi. Una sequenza di prescrizioni, talvolta tra esse in contraddizione, di natura esclusivamente quantitativa. Rari i casi in cui tali documenti recano specifici riferimenti alle caratteristiche tipologico formali dei fabbricati.

Potrebbe essere utile pensare di introdurre apposite commissioni aventi lo scopo di valutare anche la qualità del progetto (Commissioni d’ornato?) ponendo però grande attenzione a definire a priori i parametri di valutazione per evitare che la discrezionalità e le singole soggettività inneschino inevitabili contenziosi.

Già perché anche il tema della Commissione Igienico Edilizia ha fatto molto discutere. C’è chi ce l’ha c’è chi l’ha abolita, c’è chi non sa cosa fare. Tuttavia la famosa C.I.E., che se ben strutturata ed organizzata potrebbe dare un utile supporto alle strutture comunali, rischia di diventare il più delle volte lo scudo o il pretesto per molti funzionari e tecnici istruttori per “bocciare il progetto” “Mi spiace ma la C.I.E. ha detto no” quando invece tutti sanno molto bene che il parere di tale organo è solo consultivo, mentre resta in capo alla struttura tecnica tutta la responsabilità ed il potere decisionale in merito all’accoglibilità o meno di un proposta edilizia.

Poi interviene la politica. E a questo punto tutto si complica, tutto diventa più confuso e, talvolta, irrazionale. Poi arrivano le regole dell’economia. Tutte queste regole della politica dell’economia difficilmente coincidono con quelle della buona pratica architettonica. Il costo dei terreni delle urbanizzazioni i regolamenti strangolanti fanno sì che il risultato architettonico finale sia modesto, proprio perché dovendo prioritariamente soddisfare tutte le precedenti incombenze, all’architettura resta veramente poco. Ci sono i costi finanziari, i costi d’impresa, i costi della sicurezza (ma intanto nei cantieri si continua a morire) i costi della manodopera i tempi burocratici ed amministrativi e…. alla fine quel che resta lo si dedica alla qualità del progetto e della realizzazione.

Gli stessi progettisti si trovano ad aver a che fare con committenti (pubblici o privati) interessati forse più ad un risultato quantitativamente soddisfacente in tempi brevi piuttosto che ad un risultato in grado di conciliare sia gli aspetti di natura finanziaria ed amministrativa sia quelli della qualità architettonico edilizia. Ma questo è il mercato.

Occorre ricostruire un sistema di procedure che consenta spostare l’attenzione su altre questioni che non siano sempre solo quelle soggette alla logica del profitto e, quindi, del risultato quantitativamente soddisfacente a scapito di tutto il resto.

Il vero dramma è che l’apparato di regole, per l’appunto rivolte principalmente verso gli aspetti quantitativi, impedisce il più delle volte l’innesco di un processo virtuoso e di un rapporto dialettico tra il privato cittadino e la pubblica Amministrazione in merito alle questioni qualitative. Infatti, il funzionario che si esponesse nel suggerire soluzioni architettoniche magari migliori o che volesse stimolare un confronto per individuare eventuali soluzioni alternative, si sentirebbe con certezza rispondere – ma io ho rispettato tutti i parametri, ho tutti i miei metri cubi, centimetri e distanze a posto quindi voglio il mio permesso di costruire, altrimenti faccio ricorso al TAR e vinco. Appunto vince perché ovviamente anche i Tribunali Amministrativi non sono certo tenuti a gestire accademici confronti su ciò che è bello o ciò che piace ma, ovviamente, a verificare la correttezza dell’atto e la rispondenza tecnica dell’istanza del privato cittadino alle norme ed a valutare eventuali atteggiamenti scorretti della P.A. in merito alla conduzione del procedimento amministrativo.

Un cenno a parte merita poi la disomogeneità del linguaggio tecnico e normativo dei nostri Comuni. Nonostante gli sforzi di unificare i testi dei Regolamenti edilizi, la nomenclatura appare oggi ancora straordinariamente variegata. Lo stesso parametro, ad esempio la superficie del pavimento, viene descritta in almeno quattro modi diversi in Comuni che distano tra loro poche centinaia di metri, per cui un progettista che abbia la necessità di lavorare in Comuni diversi dovrà prepararsi come se dovesse operare in Stati stranieri.

Per quale motivo ai fini urbanistici ed edilizi si deve considerare la superficie lorda degli edifici mentre ai fini catastali e tributari quella netta ed una ancora diversa ai fini commerciali ed estimativi. Si pensi a come sarebbe bello e soprattutto più semplice se, quando si parla di superficie di un immobile, ci si riferisse ad un unico parametro e ad un unico modo di calcolare detta entità, sia che si debba calcolarne la superficie edificabile, quella commerciale, quella vendibile, quella da assoggettare ad oneri di urbanizzazione, ICI, Tassa rifiuti ecc.

Siamo tutti coinvolti in una scrupolosa attenzione ai centimetri di altezza del parapetto della finestra, alla inclinazione massima delle falde del tetto, senza curarci che, proprio sotto quelle falde del tetto esiste da sempre un drammatico duello tra il cittadino/costruttore che da un lato tenta di predisporre le condizioni per un futuro uso abusivo del sottotetto e la pubblica amministrazione che, sapendo benissimo quali sono le intenzioni del cittadino/costruttore cerca di imporre limitazioni costruttive atte ad impedire che ciò avvenga. Nascono quindi, almeno sulla carta, sottotetti in zone montane con inclinazione di falda tipica di edifici rivieraschi, con accesso consentito solo con pertica (sto volutamente esagerando) simile a quella utilizzata dai Vigili del Fuoco (è già altrimenti poi quel sottotetto viene utilizzato ai fini abitativi per farci la cameretta del bambino!!!) E dall’altra parte il cittadino/costruttore deve escogitare diabolici trucchi quali il buco del vano scala nascosto con il carton gesso per poi inserire la sua bella scaletta di accesso al sottotetto una volta effettuato magari il sopralluogo da parte dell’autorità comunale, finte finestre che sembrano murate ma che in realtà non lo sono ecc! Ma non sarebbe forse meglio introdurre norme che consentano magari di realizzare ufficialmente queste benedette superfici nei sottotetti consentendo al privato di escludere dal computo della superficie (che ha un costo) appunto i sottotetti facendogli pagare una quota ridotta di oneri di urbanizzazione, ma obbligandolo a censire per gli aspetti catastali il sottotetto come pertinenza dell’alloggio sottostante ed a pagarci conseguentemente sopra tutti i tributi locali che, oggi, sfuggono completamente al controllo ed alle casse comunali?

In taluni Comuni anche le scale di accesso sono computate in volume o nella superficie lorda di pavimento. Ecco che, allora, per risparmiare i costruttori realizzano scale piccolissime, nascono edifici condominiali con scale ed androni da percorrere quasi “a senso unico alternato” tanto sono strette. Ne subisce un danno la fruibilità dell’edificio e la qualità architettonica nel suo complesso. Solo recentemente sono apparsi i primi tentativi di escludere dai computi di volume o superficie queste parti comuni in modo da consentire la progettazione di androni e scalinate di ingresso che, se non proprio auliche, hanno recuperato una dignità prima negata. In altri casi, per evitare appunto di calcolare in “cubatura” i vani scala (oggetti edilizi che costano ma rendono poco perché in sede di vendita al cliente si propone l’acquisto dell’appartamento e non di parte della scala) ho visto escogitare il sistema di lasciare coperti ma aperti detti vani, con risultati formali magari anche gradevoli ma inopportuni per gli aspetti del contenimento delle dispersioni termiche.

Un altro atteggiamento tipicamente nostrano è poi quello di privilegiare l’attenzione al singolo manufatto edilizio esclusivamente nelle sue componenti quantitative, poi alle infrastrutture e a tutto il resto, siamo tutti così presi e preoccupati al rispetto dei centimetri di cui può sporgere il cornicione che ci dimentichiamo, per esempio, di far installare delle banali vasche per la raccolta delle acque piovane lasciando quindi canalizzare in fognatura le acque meteoriche con il risultato di mandare in sovra pressione i condotti fognari durante le precipitazioni e di non avere acqua a disposizione per irrigare il giardino nei periodi di siccità. E ancora, scrupolosa e maniacale attenzione a che la finestra sia di quelle dimensioni normativamente giuste tralasciando di dedicare la medesima attenzione della sicurezza impiantistica, alle condizioni di isolamento termico e acustico, alle soluzioni energetiche innovative che, invece, fanno veramente la differenza tra un modo di costruire tradizionalmente stanco ed obsoleto ed un modo consapevole ed innovativo. Le norme esistono già da tempo ma sono complesse e di difficile controllo. Alla fine ci accontentiamo di avere il certificato della corretta esecuzione e la cosa finisce lì. Forse sarebbe più utile dare maggiore impulso alla concretizzazione della direttiva 2006/32/CE sui “premi volumetrici” per murature e solai da incrementare negli spessori per garantire una migliore prestazione termica (tale norma è già stata recepita in molti regolamenti edilizi ma in modo poco organico e comunque poco diffuso se si considera la portata e l’utilità che ne deriva).

Per quanto riguarda le infrastrutture a cui si è accennato, mi piacerebbe ripensare alla reintroduzione dei famosi P.P.A. (programmi pluriennali di attuazione) ormai aboliti da anni, mi viene sempre più il sospetto che, in realtà, tali strumenti fossero realmente utili.

Nell’era della rivoluzione digitale del nostro pianeta occorrerebbe dare ulteriore impulso ai sistemi informativi territoriali, soprattutto per la concreta attuazione di una attività di monitoraggio dei fenomeni territoriali e poi, più semplicemente, anche solo per la gestione del Piani regolatori delle reti sotterranee di servizio. E’ quasi divertente pensare che oggi, salvo rari casi in cui sono stati realizzati precisi censimenti ed indagini al riguardo nessuno sa dove passino i tubi di acqua, elettricità e gas, nemmeno le società di gestione. Molti interventi si realizzano ancora sulla base della memoria storia del tecnico che si ricorda di aver visto posare un cavidotto da quelle parti.

Tanti piani tanti indirizzi tutti disattesi (PAI e case ancora oggi costruite assurdamente in prossimità di corsi d’acqua) Carte del dissesto idrogeologico poco osservate, piani di sicurezza inutili perché fotocopiati di volta in volta senza efficacia. Occorrono norme più semplici in modo da imporre la loro osservanza senza mezzi termini.

La tutela dell’ambiente

L’atteggiamento che più frequentemente si è visto adottare per la salvaguardia dell’ambiente è quello “vincolistico”. Se si decide di proteggere un determinato sito si paralizza e si congela ogni possibilità di intervento con la convinzione che tale atteggiamento sia appunto quello che offre i migliori risultati. Si è visto che non sempre le cose hanno funzionato, si pensi al problema delle discariche per i rifiuti (non solo a Napoli), si pensi alla situazione dei nostri fiumi il cui greto è rimasto per anni intoccabile (nemmeno la pulizia ed il disalveo veniva consentito in nome di un irrazionale ed assurdo principio di tutela!), così sono stati trattati i nostri fiumi e torrenti, visti quasi sempre come vincoli, come problemi (sovente come fognature a cielo aperto) e mai come vera risorsa (ai fini ludici, sportivi, di integrazione ambientale ecc). Solo negli ultimi anni sono stati istituzionalizzati i “parchi fluviali” lasciando però che tali iniziative assumessero maggior rilevanza sulla carta piuttosto che esplicassero effetti concreti sul territorio.

Illuminanti in tal senso risultano i dati citati ad esempio nel report di Legambiente 2007 relativi alla qualità ambientale delle principali città italiane.

Di contro, in altrettante porzioni del territorio, magari meno eclatanti per la mancanza di elementi morfologici di grande impatto, ma ugualmente bisognose di considerazione e tutela (mi riferisco alle aree agricole) vengono autorizzati interventi fortemente invasivi e soprattutto determinanti una evidente irreversibilità.

A tale proposito è interessante esaminare i dati che la Provincia di Torino ha reso pubblici nella primavera 2008: dal 1990 al 2006 nella sola provincia torinese sono stati sottratti all’attività agricola, o anche solo alla destinazione agricola oltre 7.000 ettari di terreni, con un incremento del 17,2 per cento e con un fattore di crescita pari a circa l’1 per cento all’anno. Alla base di questo fenomeno di “aggressione progressiva” dei territori agricoli, come correttamente sostenuto anche da molti movimenti ambientalisti locali che hanno riportato e divulgato i medesimi dati, esiste sicuramente la volontà dei Comuni di recuperare risorse per far fronte ai sempre più ridotti trasferimenti economici da parte dello Stato, mediante l’incameramento di oneri di urbanizzazione e con l’applicazione della tassazione locale sugli immobili. Si potrebbe obiettare che, comunque, gli oneri di urbanizzazione sono incamerabili anche in relazione agli ampliamenti di edifici esistenti senza necessariamente prevedere aree di espansione non sempre derivanti da dati ed analisi urbanistiche oggettive.

In molti casi infatti, assistiamo a proposte di piani regolatori che introducono previsioni di espansione edificatoria sulla base di parametri estremamente soggettivi sostenuti dai singoli amministratori locali, sulla base di sensazioni più che sulla base di studi ed analisi di cui dispone la tecnica urbanistica. Questo fenomeno è estremamente pericoloso perché determina quegli effetti di sviluppo incontrollato che non fa altro che aggravare le condizioni di molti territori soggetti, come detto, ad una crescita esclusivamente quantitativa e priva di un filo conduttore ragionato e pianificato (su questo tema, volendo allargare il ragionamento a situazioni macroscopiche, chi avesse voglia potrebbe rivedere il documento/denuncia realizzato nella trasmissione di RAI tre Report sulle municipalità romane, dove a suon di accordi di programma sono stati realizzati milioni di metri cubi in pieno agro romano avulsi da ogni collegamento e legame funzionale con il contesto urbano)

Ritornando dalle nostre parti, un ulteriore dato proveniente dall’Assessorato all’urbanistica della Regione Piemonte indica che, nella sola Provincia di Cuneo il 60% dei capannoni edificati negli ultimi anni è vuoto, in attesa di essere immesso nel mercato immobiliare. Questa tendenza deve essere sicuramente modificata. Credo profondamente nelle aree industriali a rapida obsolescenza. Il valore vero deve essere nell’attività svolta e non nel contenitore. Questo deve costare poco, essere poco invasivo e, soprattutto, deve deteriorarsi in fretta. Quando l’attività che vi si è svolta giunge al termine, per qualsiasi motivo, come cessa l’attività deve cessare il contenitore e quel terreno occupato per anni deve essere restituito nello stato originario, bonificato ed eventualmente pronto per essere riutilizzato per altri scopi.

 

Una serie di piccole utopie moderne, spunti per ragionare di urbanistica.

Mi permetto di proporre una piccola serie di spunti di riflessione affinché, chi ne avrà eventualmente desiderio e facoltà, possa promuovere momenti costruttivi di confronto sui temi trattati.

Immagino la casa-città: abitare il luogo continuo, dal corridoio di casa alla strada, dal soggiorno alla sala del ristorante dal garage al parcheggio dell’aeroporto. Basta con i due mondi separati. Quello dentro e quello fuori dalla porta di casa, oltre lo zerbino non deve essere terra di nessuno.

L’importanza delle infrastrutture. Le strade le piazze i punti di incontro, le grandi e le piccole vie di comunicazione studiate per conciliare il ruolo utilitaristico collettivo con il concetto di “bello”. La strada è importante.

La sicurezza, camminare per strada sapendo di essere al sicuro aumenta la nostra percezione fisica dei luoghi e la fruibilità dell’ambiente circostante. Se non devo preoccuparmi troppo di sopravvivere allora posso anche guardarmi intorno.

La politica dei suoli per l’industria e l’artigianato dovrebbe essere caratterizzata da prezzi bassi, ampio ricorso alla formula del diritto di superficie e dalla restituzione alla collettività al momento della cessazione programmata dell’attività industriale.

Sempre in tema di aree industriali ed artigianali osservo la Valle di Susa. In questa Valle si è scatenata la polemica no TAV, si TAV, forse TAV. Ma a ben vedere ci si chiede come mai questo sentimento ambientalista non si è manifestato con la medesima veemenza in precedenza quando, la medesima valle è stata interessata e davastata dalla realizzazione di una autostrada che ha fondato i pilastri dei suoi viadotti nel greto della Dora e di una serie di aree produttive orrende, una per ogni piccolo Comune, con il risultato di aver tempestato di capannoni un’intera vallata. Non si sarebbe potuto lavorare in forma consortile? Una unica area produttiva, magari ecologicamente attrezzata (APEA), in grado di soddisfare le esigenze occupazionali e di sviluppo dell’intera zona senza devastare l’ambiente? Ma ecco che spunta la questione ICI (imposta Comunale Immobili). Il Comune A si preoccupa che se i capannoni industriali, anche di sua competenza, vengono costruiti sul territorio del Comune B allora A perde sia gli oneri di urbanizzazione sia il gettito ICI, TARSU ecc.. Ma non varrebbe la pena che A e B si convenzionino per organizzare una adeguata distribuzione territoriale dell’edificazione con una conseguente compensazione degli introiti tributari e di urbanizzazione conseguenti? Inoltre una organizzazione convenzionata a livello intercomunale potrebbe concretamente risultare efficace per la gestione congiunta di problematiche comuni (tassazione ICI ecc, sicurezza, infrastrutture, rifiuti ecc).

Credo nella reversibilità edilizia ed urbana attraverso la quale si può immaginare di modificare ciò che oggi, per molti motivi, è immodificabile. Nel nostro Paese manca la cultura della demolizione, abbiamo solo quella della costruzione. E della conservazione a tutti i costi.

Anche il problema della gestione e della manutenzione delle opere pubbliche è di dimensioni notevoli. L’opera si realizza ma il vero incubo è poi la sua gestione e la manutenzione negli anni. A questo aspetto si da solitamente un peso molto basso, così ci troviamo con le nostre città (Torino ai primi posti) con strade che sembrano percorsi di guerra con buche e dissesti vari, con aree verdi con erba tagliata di rado e così via.

Si dovrebbe invertire la tendenza. Oggi esistono ad esempio più imprese che realizzano asfalti ed opere stradali anziché imprese per la realizzazione e la gestione del verde. Occorrerebbe che le strade venissero realizzate una volta per tutte, dotate delle necessarie infrastrutture sotterranee, e non devastate in continuazione per eseguire lavori di posa di tubi o altro. Per fare ciò bisognerebbe forse investire di più in una prima fase creando sotto le strade (almeno le principali) adeguati tunnel e cunicoli per cavidotti accessibili ed utilizzabili per le successive modifiche ed implementazioni delle reti di servizio, risparmiando successivamente sulla manutenzione ordinaria e straordinaria del manto di superficie. Questo probabilmente consentirebbe di investire maggiore risorse nella manutenzione del verde anziché nel rifacimento dei manti stradali. Questo approccio si chiama PROGRAMMAZIONE!