Rivoli “Scaligera”

Con l’amico Mario Brigando, abbiamo pensato di visitare il cantiere delle ri-nominate “Scale di Rivoli” (già risalita, e poi discesa, meccanizzata), “un’opera architettonica che dialoga con il paesaggio circostante e con il contesto storico esistente,” come recita l’accattivante invito (alla visita) del sito del Comune di Rivoli.

Il tema ha informato l’intera campagna elettorale. Tante, quasi tutte, le voci contrarie, poche e imbarazzate quelle favorevoli. Abbiamo anche saputo dalla stampa nei giorni scorsi che persino il sindaco in carica fino al 22 giugno si lamenta del fatto che i suoi “guai” politici derivino soprattutto da progetti, come questo, non certo suoi.

Lasciando a parte le diatribe politico/amministrative, le vicende del referendum disatteso e i disconoscimenti postumi, abbiamo pensato di fare il punto, andando sul posto a verificare lo stato di quest’opera oggi senza paternità certa. Come ci insegna l’assessore ai lavori pubblici (l’unico che difende coerentemente e fino in fondo la scelta), indossati i caschi regolamentari, ci siamo avventurati in un sabato di giugno caldissimo e assolato, all’interno del cantiere.

Accompagnati da personale veramente squisito, per gentilezza e competenza, abbiamo così visto da vicino e potuto toccare le “Scale” , uguali a quelle che troviamo in tutti gli ipermercati, solo più lunghe e ripide , per salire e per scendere (mi vedo già il vecchietto dalle gambe malferme …).

Alle estremità del sito due scale di tipo tradizionale, realizzate in “pietra di Croazia”, utile tocco di esotismo.

In un angolino, ancora pudicamente coperti da un telo di plastica a mo’ di sudario, i resti medievali, che tante ulcere avevano provocato alla Soprintendenza.

All’interno i rivestimenti metallici in un tipo d’acciaio di brevetto americano, che nasce già con effetto “ruggine ”, o meglio, dice lo spot municipale , “dal colore ramato che acquisisce fascino col tempo. Si tratta dello stesso materiale usato per il portone del teatrino del Castello che dà continuità e uniformità estetica all’intero luogo. I rivestimenti sono stati scelti proprio per avere un basso impatto ambientale”. Tradotto: prima ancora di essere finita, l’opera avrà già l’aspetto di qualcosa da rifare!

La struttura, come risaputo, si dipana a partire dall’abside della Collegiata Alta, con uno zigzag parzialmente interrato che richiama subito alla mente   l’Atlantikwall del feldmaresciallo Rommel, quello realizzato con il lavoro coatto dell’Organizzazione Todt (qui naturalmente hanno operato fior di imprese regolari, ben retribuite e nel rispetto delle norme di sicurezza).

Il “Vallo Atlantico” era l’insieme di fortificazioni che Hitler aveva fatto costruire sulle coste atlantiche dell’Europa per contrastare lo sbarco degli Alleati. Era un complesso di casematte, bunker, batterie di artiglieria e posti di avvistamento che, in un tripudio di cemento armato, hanno deturpato il paesaggio per migliaia di chilometri.

Ritornano di sconsolante attualità i profetici giudizi espressi all’epoca ( 2002) sul progetto Hubmann-Vass dall’ex direttore del Museo d’Arte contemporanea, Ida Gianelli “L’intervento mi sembra nel contesto pesante, con cemento, pilastri, ferro, può diventare aggressivo” e, ancora più netto e circostanziato, quello del dirigente della Regione Vanelli : “Del progetto Hubmann-Vass non trovo convincente l’arrivo, che si inserisce con prepotenza.”

Ma forse né la Gianelli né il Vanelli avevano tenuto conto che la prossima primavera saranno messi a dimora i mandorli e altre specie arboree di tipo mediterraneo, in omaggio, forse, alla sicilianità di Filippo Juvarra, il vero convitato di pietra.