Lezioni americane

Il 6 gennaio mentre qui celebravamo una pandemica Befana, Washington, la capitale degli Stati Uniti d’America è stata teatro di un’azione eversiva criminale per la tenuta stessa delle istituzioni, con l’occupazione della sede del Congresso,  convocato solennemente per la validazione degli esiti elettorali di novembre, come prevede la costituzione di quella grande nazione. 

Sui social, l’arena globale ben descritta da Umberto Eco,  è piombato di tutto compresi, va detto,  interessanti spunti di riflessione. Ad esempio c’è chi è arrivato a scrivere  che la responsabilità primaria  dell’accaduto  non è tanto della mandria fondamentalista che ha invaso e devastato Capitol Hill,  su istigazione diretta  del biondo Donald, presidente da 4 anni e che è lo dovrebbe restare fino al 20 gennaio, bensì  grazie alla  spocchia di una  sinistra radical chic che, sorda alle istanze del popolo, spinge a destra (estrema)  cittadini che, esasperati, arrivano a  compiere siffatti gesti. Ora, riferendoci anche a casa nostra,  che all’interno di una sinistra sempre litigiosa,  atomizzata in una galassia di  formazioni, la gran parte con incidenza  elettorale da prefisso telefonico,  si aggirino  elementi boriosi, altezzosi e supponenti è indubitabile, come indubitabile è che tali presenze abbiano allontanato da essa  molti elettori.  Ma da qui a giustificare in questo modo lo squadrismo fascista Stars and Stripes  ce ne corre. 

Ogni paese civile e  l’Italia in ispecie,  ha bisogno di una destra  normale, europea e conservatrice e rispettosa delle istituzioni che essa stessa rappresenta ed è tenuta a difendere ma anche di una sinistra, auspicabilmente depurata e rigenerata. Il confronto può e deve essere anche essere aspro  sulle scelte politiche (Gobetti ed Einaudi insegnano) e su questo è naturale dividersi, civilmente. Conditio sine qua non: competenza e onestà dei contendenti.

Se a destra dovessero invece prevalere invece i suprematisti, razzisti, antisemiti, omofobi, xenofobi, complottisti, fondamentalisti, che rifiutano ideologicamente lo stato per loro sempre “nemico”, che si realizzano unicamente con l’odio viscerale verso l’altro,  il  paese potrebbe però affondare. E, per piacere, lasciamo perdere l’Uomo della Provvidenza, uno è già bastato. La sinistra , se c’è ancora, apra gli occhi sulle diseguaglianze sempre più acute che non può continuare bellamente  ad ignorare, le rendite di posizione sono finite da un pezzo, ma le ingiustizie sociali per attenuare le quali è nata, continuano drammaticamente a permanere. Quello di cui abbiamo bisogno è una consapevole normalità, la più banale e la più splendida delle condizioni umane , perché in essa albergano la giustizia, comunque coniugata, il rispetto, la tolleranza e  la pace. 

Senza però dimenticare che un personaggio come  Trump è stato votato da 70 milioni di americani. Se Twitter ha ipocritamente sbagliato a cancellare il suo profilo dal sito, dopo averlo blandito per anni, legittima pare la domanda che Paul Krugman si pone sul “New York Times”, ovvero se Donald Trump sia a tutti gli effetti un fascista.  Ci viene in soccorso  quanto ebbe a dire il generale David Petraeus, eroe di guerra  e poi direttore della CIA, costretto nel 2012 a dimettersi per uno scandalo a sfondo sessuale: “Non ci saranno contraccolpi alla democrazia con la Presidenza Trump, perché gli Stati Uniti dispongono da due secoli di un sistema di “check and balance” capace di gestire qualunque crisi o sofferenza istituzionale”. Speriamo, tutto il mondo lo spera.