Intervista a L.Bonnet

“Oltre” , marzo 2011      

intervista a Luciano Bonet       di Francesco Comotto

Nell’anno in cui si celebrano i 150 anni dell’Unità d’Italia stanno prendendo corpo molte iniziative tra le quali, al di là dei festeggiamenti e degli appuntamenti istituzionali, si evidenzia un crescendo di dibattiti, incontri pubblici, disamine storiche e approfondimenti sull’importante argomento. Dalle righe del nostro giornale vorremmo dare un contributo al dibattito defilandoci dagli aspetti meramente celebrativi cercando altresì di evitare spunti retorici per dare spazio piuttosto a qualche riflessione critica per bocca di autorevoli commentatori esperti della materia.

Prof. Luciano Bonet (già docente di Sociologia Politica a Scienze Politiche, nelle sedi di Torino ed Ivrea)

Come sappiamo, “e pluribus unum” è il motto degli USA. Andrebbe benissimo anche per l’Italia, nel senso che l’Italia (il Regno dell’Italia unita) fu appunto il risultato di un processo di unificazione fra entità diverse, più precisamente: fra stati, staterelli e pezzi di Stato diversi. Chiediamoci però: la “Nazione” italiana c’era già bella e pronta e attendeva di essere inquadrata politicamente in uno “stato nazionale”, come ci siamo sentiti dire sin da bambini dalla Storia Patria imbevuta di retorica risorgimentale? Oppure la “Nazione italiana” è venuta dopo, si è formata nel tempo? O, magari, non si è mai formata del tutto?

Poiché non sono uno storico, faccio ricorso alle categorie della sociologia e delle scienza politiche, per fare chiarezza preliminare su un punto decisivo, ossia che la nozione di “Stato” e quella di “Nazione” non sono la stessa cosa. Siamo abituati a farle coincidere perché la tendenza storica nella Modernità occidentale è stata quella del costituirsi di Stati “nazionali” (appunto), ma storicamente e concettualmente Stato e Nazione sono entità diverse. Gli Stati sono infatti apparati “artificiali”, costruiti specificamente allo scopo di esercitare il dominio politico ed il governo burocratico amministrativo. Però gli Stati, per consolidarsi, diventare stabili, duraturi ed efficienti hanno bisogno di essere riconosciuti (“legittimati”) non come meri apparati politico amministrativi e repressivi, ma come espressione di qualcosa di più profondo, diffuso, potente, ossia: di un “Popolo”, unico, unito, concorde ed omogeneo nei caratteri di fondo. In altri termini, gli apparati statuali sono tanto più legittimati se sono espressione di una “Nazione”, di un’identità nazionale condivisa.

Dunque, la costruzione degli Stati (state building, dicono gli anglosassoni) storicamente precede sempre la costruzione delle rispettive Nazioni (nation building). Detto ancor più esplicitamente, è lo Stato stesso, la dinastia dominante, le sue élites politiche ed economiche, le sue burocrazie, i suoi intellettuali ed artisti, ecc. che “costruiscono” la Nazione. La famosa frase (da attribuirsi a D’Azeglio): “L’Italia è fatta, bisogna fare gli Italiani”, sintetizza mirabilmente la questione.

Ciò premesso, veniamo allora al caso italiano. Tecnicamente (cioè dal punto di vista delle scienze sociali ed anche della storia), l’unificazione degli Stati pre-unitari in un unico Regno fu un processo in cui una dinastia (i Savoia) allargò progressivamente i suoi domini territoriali, esercitando una vera e propria politica di potenza, guerra compresa. Cinquecento anni prima, la formazione dei grandi Stati moderni post feudali (tipicamente: Francia, Spagna, Inghilterra), ha seguito in sostanza un itinerario non diverso di espansione dinastica, di consolidamento di un potere centrale che assoggetta ed unifica via via molte “periferie” diverse fra loro.

Ovviamente, a seconda del quando e del come i processi si verificano concretamente, ogni vicenda ha le sue specificità. Quali sono le specificità più evidenti della vicenda italiana? Sono soprattutto tre, cui accenno sommariamente:

  1. c’era un clima internazionale favorevole ai disegni espansivi del Regno sabaudo che, con accorte alleanze, sfruttando le contraddizioni fra le grandi Potenze europee, ecc. riuscì a portare a termine il disegno senza incontrare resistenze esterne particolarmente forti. Infatti il nostro “Risorgimento” durò pochi decenni: contrastato all’inizio, fu poi processo velocissimo, quasi ovvio e naturale.
  2. con l’eccezione del Lombardo Veneto, per la cui annessione gli appoggi internazionali furono decisivi, per il resto l’espansione territoriale avvenne a spese di regimi politicamente (e militarmente) debolissimi perché mal governati e fortemente delegittimati internamente ed esternamente (come il regno borbonico e lo Stato Vaticano), o perché anacronistici nel nuovo clima geopolitico che si respirava in Europa (come gli staterelli creati dopo la caduta di Napoleone e lo stesso Lombardo Veneto, propaggine di un impero ormai in crisi profonda).
  3. per quanto sia corretto sottolineare il panorama istituzionale, politico, cultuale, socioeconomico, ecc. estremamente variegato dell’Italia all’epoca, non va tuttavia dimenticato che esistevano potenti fattori comuni. Ricordo i due principali: I) per quanto i vari popoli italici (per lo più analfabeti, specie al centro-sud e nelle isole) parlassero una miriade di dialetti, il ceppo linguistico comune nonché la lingua colta, la lingua delle lettere e delle arti era -da sempre- l’Italiano. Inoltre: II) c’era il potente fattore unificante costituito dalla religione cattolica, costantemente alimentato per di più dalla presenza fisica del Papato. Possiamo dunque dire, sul punto, che per quanto non fosse ancora consolidata una condivisa “idea di Nazione”, c’erano però robusti elementi che facilitavano grandemente il compito di costruirla ed affermarla compiutamente e definitivamente. Senza dubbio ciò facilitò anche, legittimandolo ideologicamente e rafforzandolo militarmente, il processo risorgimentale e dei Plebisciti, come pure favorì la mobilitazione di ingenti ed appassionate energie volontarie nei moti risorgimentali, energie per lo più inclini a pensare ad un’Italia degli Italiani più che ad un’Italia dei Savoia. Questa elitistica ma ampia mobilitazione dal basso contribuì molto a mascherare il fatto che il Risorgimento, in sostanza, non vide una vera e diffusa partecipazione popolare, specie al Sud.

Realizzare uno Stato unitario fu quindi un’impresa politica, diplomatica e militare di grande abilità tattica e strategica, condotta però in circostanze internazionali ed interne particolarmente favorevoli. Starei per dire che le vere difficoltà vennero in seguito: proclamato il nuovo Stato, esso andava infatti costruito, consolidato e, soprattutto, radicato nel consenso dei nuovi governati. Per quanto sbandierata dalla retorica risorgimentale, l’idea di Nazione non era ancora realtà operante bensì, nella migliore delle ipotesi, un’idea-guida, un prodotto ideologico e simbolico. Ecco allora la necessità del nation building: “L’Italia è fatta, bisogna fare gli Italiani”. Appunto.

Rispetto all’assetto politico amministrativo, le discussioni di oggi sul federalismo hanno riproposto la questione se i padri fondatori dello Stato unitario non abbiano sbagliato nel dare corso ad un sistema fortemente statalista e centralizzato, che si è sostanzialmente prolungato sino ai giorni nostri. L’idea sottesa a questa critica è che le molte e marcate differenze si governano meglio nelle reciproche autonomie. Tuttavia non è così e vale piuttosto il contrario: forti autonomie hanno senso solo se -al di là delle differenze- ci sono basi comuni solidamente condivise. Il neonato Regno d’Italia queste basi comuni non le aveva.

Effettivamente, qui c’è un (apparente) paradosso della storia. La classe politica liberale che aveva egemonizzato il processo di espansione-unificazione, culturalmente era infatti molto più vicina al modello inglese delle autonomie locali che a quello centralistico tipicamente napoleonico. Dunque, quella classe politica era in linea di principio favorevole al federalismo (anche se -per restare ai modelli di casa nostra- apprezzava di più il federalismo laico di Cattaneo che non quello neoguelfo di Gioberti); eppure diede consapevolmente vita ad uno Stato fortemente centralistico, tipicamente napoleonico. Perché?

La risposta è semplice: gli Stati pre-unitari erano caratterizzati da ordinamenti giuridici ed amministrativi, realtà socio-economiche, tradizioni, usi, costumi, culture politiche, ecc. totalmente differenti. Tenere insieme tante diversità era un’impresa immane di per sé, impossibile a realizzarsi senza un potere centrale unico e forte, monopolista delle risorse di controllo politico, amministrativo e militar-poliziesco. La scelta centralistica non fu dunque il frutto d’ideologia o di propensioni politiche ma dello stato di necessità. Coerentemente, il nuovo Regno fu anche decisissimo contro il suo maggior concorrente per l’egemonia, ossia la Chiesa cattolica, più ancora che rispetto ai Mazziniani e alla costellazione dei radicali in politica, che non costituirono mai una vera alternativa. Sul piano dell’ordine pubblico, il Regno unitario fu addirittura ferocemente spietato contro il brigantaggio meridionale, che a tutti gli effetti va considerato non tanto una turbativa del (nuovo) ordine pubblico ma come una forma di vera e propria protesta popolare.

Accertato che la soluzione federalista sarebbe stata pericolosissima per la sopravvivenza stessa del nuovo Stato, si arriva così alla questione centrale: la costruzione della Nazione (in un contesto non del tutto favorevole). In altre parole, si tratta di vedere se e come il Regno d’Italia, poco a poco nel tempo, ha acquisito piena legittimazione, ha accumulato consenso in base ad un’identità nazionale che andava definendosi, allargandosi e consolidandosi.

In estrema sintesi, riflettiamo in primo luogo sulla fisionomia socioeconomica dell’Italia unificata. Era un paese (abbastanza) evoluto solo al nord e al centro-nord, per il resto era un paese agricolo arretrato, con una aristocrazia terriera dominante dai caratteri per molti versi ancora feudali, reazionari e nostalgici dell’Ancien Régime. La borghesia liberale, pur detenendo il comando politico, era perciò decisamente minoritaria. Dal che consegue che il nuovo Stato avrebbe dovuto cercare il surplus di legittimazione che gli occorreva nei ceti popolari, che all’epoca erano però esclusi dalla vita politica e per lo più estranei, quando non avversi allo Stato medesimo.

In sostanza, il proletariato industriale era numericamente ristretto e politicamente marginale, in via di formazione (essenzialmente al Nord), per cui i grandi numeri dei ceti popolari poggiavano sulle campagne, cioè sulla massa dei braccianti, mezzadri, affittuari, piccoli proprietari, ecc. i quali, specie al centro sud, al sud e nelle isole, erano estranei alla politica ed allo Stato, confinati dalla miseria, dall’ignoranza e dalle sopravvivenze feudali in una dimensione di “sudditi”.

Indubbiamente, su questo terreno l’élite liberale fece anche gravi errori, primo fra tutti quello di non cercare consenso direttamente negli strati popolari con coraggiose riforme socioeconomiche. Anzi: proprio per garantirsi il controllo politico sulle molte periferie del Regno, non riuscendoci da sola strinse anche solidi patti di connivenza e scambio politico con le aristocrazie ed i notabilati locali, alienandosi ulteriormente le simpatie dei ceti popolari.

Qui si rivela un tratto peculiare del nation building italiano. Di fronte alle chiusure dei ceti dominanti, chi avrebbe potuto conciliare le masse popolari con lo Stato, dando loro la coscienza di appartenere ad una comune Nazione e la responsabilità di contribuire alla sua crescita? Prima di tutti: la Chiesa, egemone nelle campagne. La Chiesa era però arroccata su posizioni duramente avverse al nuovo regime (è appena il caso di ricordare che la conciliazione dei cattolici con lo Stato inizia solo nel primo ‘900). L’élite risorgimentale dovette quindi -e lo fece con decisione- costruire uno stato “laico”; il che, nelle condizioni dell’epoca, non garantiva certo basi di consenso di massa. Il conflitto Stato/Chiesa perciò fu aspro, a danno della compattezza dell’identità nazionale.

Quanto ai ceti popolari urbano-industriali o, più sinteticamente: quanto alla classe operaia, ho già detto che era ancora di poco peso numerico e sociale, quindi politico. Come risolvere il conflitto tra capitale e lavoro, fisiologico in ogni società sviluppata, era però una questione solo rimandata. Ho anche già detto che l’élite risorgimentale -a parte la minoritaria ala “di sinistra”- era sì liberale ma poco propensa ad aperture coraggiose verso i ceti popolari, anche quelli industriali ed urbani. La Destra storica, che ereditò le sorti del Regno, era anch’essa analogamente conservatrice. Il che comportò ben presto una difficoltà ulteriore nel già difficile cammino della costruzione della Nazione, perché il conflitto capitale/lavoro da noi assunse sin dall’inizio connotati di particolare asprezza. Quando infatti, in virtù dello sviluppo economico, sul finire dell’ ‘800 la classe operaia si espanse e si organizzò sindacalmente e politicamente proponendo con forza la “questione sociale”, lo fece su basi fortemente classiste ed antagoniste rispetto allo Stato e alle classi dominanti. Le quali, non dimentichiamolo, nel primo dopoguerra opposero all’aggressività del movimento operaio la soluzione liberticida del Fascismo.

In definitiva, il succo di tutti questi ragionamenti è che la classe politica risorgimentale compì un vero e proprio miracolo di abilità nell’unificare l’Italia, affrontando però il terribile compito dello state building sostanzialmente priva di consenso diffuso: mancava infatti il cemento perché un’identità nazionale radicata e condivisa (il nation building) si affermasse in tempi rapidi. Così, se la costruzione dello Stato andò avanti costantemente, sia pure fra molte difficoltà, la costruzione della Nazione fu invece assai più lenta, lunga e difficile. In proposito, vale la pena di sottolineare come il ventennio fascista abbia rappresentato l’ennesimo (apparente) paradosso della nostra storia nazionale, nel senso che proprio un regime apertamente e violentemente “nazionalista” contribuì fortemente allo state building ma non produsse in realtà sensibili passi avanti nel nation building, congelando e soffocando temporaneamente fratture culturali, socioeconomiche e politiche destinate a riemergere alla fine del regime.

Il patto concordatario, infatti, accontentò certamente la Chiesa, sacrificando però lo spirito laico che aveva accompagnato la costruzione dello stato unitario e che era quindi destinato a riprendere vigore nell’Italia repubblicana e democratica. Anche il conflitto capitale/lavoro fu dal fascismo semplicemente e violentemente soffocato ma non risolto, quindi solo rinviato. Infine, anche rispetto al dualismo Nord sviluppato/Sud sottosviluppato, il Fascismo consentì che il Nord continuasse a progredire, congelando però il Sud nei suoi caratteri di agricoltura precapitalistica e di politica clientelare e notabiliare.

Proviamo adesso ad arrivare ai giorni nostri. Se mi si rivolgesse la domanda secca: “quando gli Italiani si sono sentiti davvero appartenenti non solo ad uno Stato ma anche ad una Nazione ad identità condivisa?”, io risponderei che si tratta di un processo storico graduale, con stop and go, arretramenti ed avanzate. Se però fossi costretto a dare una risposta secca, allora direi: negli anni ’70 del ‘900. Fatti due conti, il nation building sarebbe durato quindi oltre un secolo. Si sarebbe potuto fare meglio, ma è un tempo ragionevole se commisurato ai tempi della storia in processi analoghi. Soprattutto, il percorso era irto d’ostacoli ma si è concluso (si direbbe) con successo.

Perché gli anni ’70 del ‘900? Ragionando sulle fratture storiche che hanno segnato il tessuto connettivo della Nazione e di cui ho parlato sin qui, vediamo infatti che in quel decennio il conflitto Stato/Chiesa si rivelò sostanzialmente ricomposto. Infatti: divorzio, aborto, pillola anticoncezionale, ecc. videro contrasti politici duri ma non guerre di religione).

Sul fronte del conflitto sociale, la sinistra aveva notevolmente e definitivamente mitigato di suoi caratteri classisti ed antagonistici, per cui il conflitto capitale/lavoro era diventato fisiologico e non a somma zero. Tanto che lo Statuto dei lavoratori sancì giuridicamente il patto solenne fra classe operaia e Stato-Nazione. Anche il conflitto nord/sud si era (apparentemente, come dirò dopo) ricomposto, con il mescolamento antropologico prodotto dall’immigrazione interna, con lo sviluppo socioeconomico delle zone storicamente povere del paese, con la nuova articolazione dello Stato per Regioni. Non a caso, rispetto al tradizionale approccio dicotomico Nord/Sud, sul piano concettuale e scientifico proprio negli anni ’70 andò radicandosi un approccio più analitico, non più dicotomico, in gradi di cogliere e valorizzare realtà socioeconomiche a “pelle di leopardo” (le “tre Italie”, i distretti produttivi, le vocazioni sub regionali, ecc.).

Come si vede, alla base del superamento delle fratture storiche e del consolidarsi nel Paese di un’identità nazionale diffusa e condivisa, vediamo ampi e molecolari processi che salgono dal basso, per cui la guida politica e le tendenze di fondo e di massa si incontrano fruttuosamente, fanno sinergia. Merito dunque della cornice istituzionale dell’Italia repubblicana e di come le élite politiche la gestirono, merito (in una parola) della democrazia finalmente raggiunta ed operante.

I Padri risorgimentali costruirono lo Stato e furono in ciò grandi. I padri costituenti e la classe politica che resse le sorti dell’Italia repubblicana costruirono la Nazione, e furono altrettanto grandi, se non di più.

Non voglio però sfuggire all’obiezione che circola ai nostri giorni, secondo cui l’unità nazionale si sta rivelando più fragile di quanto pensassimo, ed il senso civico degli italiani più debole di quanto sarebbe necessario per fronteggiare la congiuntura davvero terribile. Qui il discorso si fa scivoloso, essendo difficile restare sul piano dell’analisi spassionata che non mette in campo giudizi di valore e propensioni personali. Cercherò di restare in equilibrio dicendo che, per quanto grave, la crisi del sistema politico-partitico non è il dato empirico che mi preoccupa di più. Certo il muro contro muro, la logica amico/nemico è cosa molto seria ma -secondo me- transitoria, in primo luogo perché il “berlusconismo politico” è al tramonto. Ci saranno colpi di coda ma la parabola mi pare inevitabile.

Ciò che invece mi preoccupa di più è la “questione meridionale”, sempre presente nella storia d’Italia, mai risolta e riproposta ora con toni inusuali. Mi riferisco, ovviamente, alla Lega Nord ed ai successi politici che ha accumulato con le parole d’ordine anti romane, anti meridionali e in nome di ciò che essa chiama “federalismo” (ma che in realtà federalismo non è). D’accordo che la Lega ha sempre usato toni sopra le righe e perciò dannosi al sistema politico, spesso è scivolata nell’egoismo gretto dei ricchi contro i poveri e addirittura nel razzismo, e tuttavia la Lega ha un merito: forse senza rendersene neppure conto sino in fondo, ha (per così dire) demistificato la questione meridionale, contribuendo a reimpostarla nei suoi termini più corretti.

Mi spiego. Durante i 150 anni della storia unitaria, ci siamo detti che il divario nord/sud era un fatto essenzialmente economico, era la contraddizione fra sviluppo e sottosviluppo. Su questo è fiorito anche un meridionalismo d’accatto, abile nello spremere risorse e gestirle clientelarmente. Di conseguenza, per un secolo e mezzo sono stati indirizzati al Sud fiumi di risorse che non hanno però prodotto grandi esiti, tanto che oggi stiamo amaramente scoprendo che inefficienza, clientelismo e sottosviluppo restano quasi intatti. Senza contare la piaga della criminalità organizzata e dell’illegalità diffusa.

La verità è che stiamo in realtà poco a poco scoprendo che l’analisi economicista è parziale, che non spiega troppe cose e che, nel faccia a faccia con la questione meridionale, abbiamo per troppo tempo ignorato una variabile decisiva: i fattori culturali, ossia la drammatica carenza di senso civico, l’uso “patrimonialistico” dello Stato, il familismo, l’individualismo incurante delle esigenze della comunità, ecc., tratti caratterizzanti in larga misura, direi: antropologicamente la cultura civica meridionale.

Questi sono i termini reali ed attuali della questione meridionale, che la Lega Nord -sfidando il senso identitario nazionale- pretende di risolvere con barriere illusorie e rimozioni propagandistiche. Non basta però indignarsi con la Lega per le sue risposte sbagliate e pericolose, occorre piuttosto acquisire la consapevolezza che ci troviamo di fronte all’ennesima sfida sulla strada del nostro nation building.

La storia patria ci dice che dovremmo essere ottimisti. Io però dico che, in questa Europa pigra e spezzettata, in questo mondo globalizzato che travolge tutti gli equilibri consolidati, in questa Italia delusa, stanca e preoccupata, occorre non farsi troppe illusioni ed impegnarsi a fondo. Peccato che, sul piano della riflessione storica, dei bilanci critici, dei progetti e degli impegni verso il futuro, il 150° dell’Unità d’Italia si annuncia sin d’ora come una grande occasione mancata.