Ieri sera, nella cornice raccolta e partecipata di una sala consiliare gremita a Rivoli, lo scrittore torinese Giuseppe Culicchia ha presentato il suo ultimo romanzo (realista), Uccidere un fascista, in un incontro intenso e fuori dagli schemi, moderato da Massimiliano Fico, consulente del lavoro, amico dell’autore e molto attivo nella comunità rivolese.

L’appuntamento, che ha visto la partecipazione di cittadini, lettori e curiosi, è andato ben oltre la classica promozione editoriale, trasformandosi in una riflessione profonda sul senso dell’identità personale, sul valore umano che precede – e a volte travolge – le etichette ideologiche.

Il romanzo, ambientato in un’Italia in bilico tra memoria e vendetta, ruota attorno a un gesto estremo che riapre le ferite del passato e le proietta nel presente. Ma l’elemento più potente non è tanto la provocazione del titolo, quanto la scelta narrativa di indagare l’essere umano dietro la divisa, dietro il partito, dietro la storia.

“È facile condannare un’idea, molto più complesso capire chi la incarna e perché,” ha sottolineato Culicchia, “e spesso dietro una scelta sbagliata ci sono ferite, paure, debolezze. L’odio rischia di disumanizzare, e questo è sempre un pericolo”.

L’autore ha dato ulteriore profondità al confronto, spostando l’attenzione dal conflitto politico al dramma delle identità semplificate, dei ruoli imposti, delle storie personali che si perdono dentro le narrazioni collettive.

L’incontro si è chiuso con un lungo applauso e con molte domande da parte del pubblico, segno che il messaggio è arrivato forte e chiaro: la vera sfida non è uccidere un fascista, ma capire chi c’è dietro – e perché.

In tempi di polarizzazione e urla, Rivoli ha saputo regalare uno spazio di ascolto e complessità, dove la letteratura si è fatta specchio e strumento di consapevolezza.