No, Nicola no alla Giustizia

di Redazione IBTimes Italia 25.2.2014

Un mese fa è stato presentato il rapporto Per una moderna politica antimafia, redatto dallo stesso Gratteri con Roberto Garofoli (Magistrato del Consiglio di Stato), Magda Bianco (Dirigente Banca d’Italia), Raffaele Cantone (Magistrato di Cassazione), Elisabetta Rosi (Magistrato di Cassazione) e Giorgio Spangher (Professore ordinario di procedura penale).

Nel testo proposte di modifica normativa sulla confisca dei beni mafiosi, la gestione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati, l’introduzione del reato di autoriciclaggio, modifiche al reato sul voto di scambio politico-mafioso e sullo scioglimento delle amministrazioni pubbliche per infiltrazioni della criminalità organizzata, misure sul carcere duro e la gestione dei collaboratori di giustizia,

Tutte proposte oggi sul tavolo di Matteo Renzi e del ministro della Giustizia Andrea Orlando.

Sono anni che Gratteri rilascia interviste, scrive libri, incontra i cittadini e illustra i problemi della Giustizia e relative ricette per farla funzionare. Quelli che seguono sono una serie di estratti tratti dal libro La Malapianta, scritto a quattro mani con Antonio Nicaso, esperto internazionale di ‘ndrangheta e docente di storia della criminalità organizzata negli Stati Uniti. Libro scritto nel 2009, ma attualissimo.

– La lentezza della Giustizia. “Gli organici sono quello che sono e il sistema giudiziario nel suo insieme andrebbe modernizzato. Vorrei capire perché nel 2009 dobbiamo ancora fare le notifiche agli avvocati con l’ufficiale giudiziario e non possiamo farle via mail. Immaginate il risparmio di tempo e di denaro….e gli agenti di polizia giudiziaria potrebbero finalmente dedicarsi a fare indagini invece che fare i messi notificatori”.

– Pene adeguate. “Per garantire il risarcimento dei danni agli imprenditori che si rifiutano di pagare il pizzo c’è voluta la morte di Libero Grassi. Da allora sono nate tante associazioni che si battono per denunciare il fenomeno dell’estorsione che in Italia ha raggiunto livelli allarmanti. Bisogna porre mano alle riforme normative. Per l’usura ,la pena prevista è stata leggermente aumentata e va dai due ai dieci anni. Al netto del rito abbreviato e degli altri benefici di legge, un usuraio viene condannato a 3-4 anni di carcere. In realtà starà dietro alle sbarre al massimo un anno, perché poi gli verranno concessi gli arresti domiciliari. E allora dove speriamo di trovare le vittime di usura che abbiano il coraggio di denunciare?”

– Omologazione dei codici. “Ormai le mafie hanno aggredito ogni lembo del territorio nazionale. E la stessa cosa può dirsi per l’Europa e il resto del mondo. La Comunità Europea dovrebbe farsi carico di questo problema. L’omologazione dei codici è un passaggio obbligato”.

– 41bis. “E’ opportuno riaprire le carceri sulle isole e costruire vetri divisori nelle sale addette al colloquio tra mafiosi e familiari. Le maglie del carcere duro, negli ultimi tempi. si sono allargate. E molti mafiosi che meritavano di stare isolati sono tornati a un regime di detenzione comune. I detenuti al carcere duro sono passati da 645 del 2001 ai 562 del 2006. Se si vuole arginare il fenomeno mafioso ci vuole un impegno a 360 gradi: bisogna cambiare il codice di procedura penale e l’ordinamento penitenziario, sempre nel rispetto della Costituzione. Se si dimostra che Gratteri è un capomafia, gli si danno trent’anni di reclusione e si riaprono le carceri di Gorgona, Pianosa e Favignana…Il rito abbreviato non aiuta la lotta alla criminalità organizzata…”.

– Passaggi di proprietà e riciclaggio. “Oggi il problema più grande è quello della prevenzione che non significa soltanto più carabinieri e poliziotti, anche se un adeguamento degli organici, compreso quello dei magistrati, non guasterebbe. Significa soprattutto monitorare i passaggi di proprietà dei terreni e delle imprese, ma anche elaborare una strategia più aggressiva nell’espropriazione dei beni in mano ai mafiosi…Purtroppo le banche, le agenzie postali, gli intermediari finanziari, i notai e i dirigenti delle pubbliche amministrazioni non collaborano per timore di perdere clienti. Ci sono anche quelli che non collaborano per paura di ritorsioni, ma non riusciremo mai a saperlo, se coloro che dovrebbero segnalare i casi sospetti non vengono a loro volta controllati e puniti per le loro inadempienze. E’ un vezzo italiano. Si fanno le leggi e non si applicano”.

– Intercettazioni. Se fosse stato nominato Guardasigilli, Gratteri avrebbe dovuto collaborare con Angelino Alfano, confermato al Viminale da Matteo Renzi. Questo il giudizio del magistrato sul famigerato DDL Alfano sulle intercettazioni. “Non ha senso parlare di gravi indizi di colpevolezza a carica dell’indagato quale condizione per l’intercettazione. Se ci sono gravi indizi di colpevolezza che bisogno c’è di intercettarlo quando lo si può già arrestare?…Lo stesso periodo massimo di durata delle intercettazioni scende a due mesi. Se la fase preparatoria di un reato dura qualche giorno in più, bisogna fermarsi. Poi ci sono modifiche che se non fossero tragiche ci aiuterebbero a ritrovare il buonumore. Penso alle intercettazioni che possono essere fatte solo nei luoghi in cui è in corso l’attività criminosa, come se ci fossero ambiti definiti. Ma penso anche alla storia dei budget prefissati. Esaurito quello non si potrà intercettare nessuno… E’ strano questo modo di pensare. Contro i clandestini vengono impiegati esercito, flotta e ronde. Contro i mafiosi viene smantellato uno dei pochi strumenti investigativi ancora in mano ai magistrati…Le intercettazioni sono il mezzo più economico per pedinare gli indagati. L’alternativa è quella dispendiosa dell’utilizzo di tre-quattro pattuglie costrette a seguire l’indagato, con il rischio di essere individuati e con grosso dispendio di risorse finanziare tra salari, straordinari e carburante”.

Nel libro La Giustizia è una cosa seria (2011), affronta il tema della separazione delle carriere (“Non è un dogma anche se l”unicità della carriera costituisce una maggiore garanzia di agganciamento del pubblico ministero a una cultura giurisdizionale”) il rapporto tra pubblici ministeri e polizia giudiziaria (“Se la polizia non ha l’obbligo di comunicare la notizia di reato immediatamente alla Procura, più giorni passano e maggiore è la possibilità di interferenza, di infiltrazione e di pressioni sulla polizia giudiziaria e di annacquare la notizia di reato”), la revisione delle circoscrizioni giudiziarie (“Ricalcano ancora lo schema ottocentesco. Riorganizzare la rete dei tribunali in un progetto di geografia giudiziaria”), la depenalizzazione dei reati minori (“per riservare il processo penale alle questioni di maggiore allarme sociale”).

Chiaro anche il pensiero su sovraffollamento carcerario e amnistia: “Si mette nella testa della gente l’idea che alla fine tutto si aggiusta, che non esiste la certezza della pena. Che in primo grado, in appello o addirittura dopo la sentenza definitiva qualcosa succede, perchè uno sconto ci sarà sempre per tutti. In Italia nel 2012 c’erano 112,6 detenuti per ogni 100 mila abitanti. La media europea è 127,7. Quindi noi siamo sotto la media: questo ci dice che il problema non è che sono troppi i detenuti, ma che sono poche le carceri. Ci sono istituti penitenziari chiusi per mancanza di personale…Si dice che mancano i soldi, ma trovarli non sarebbe così complicato. Penso ai milioni di soldi buttati per la mancata informatizzazione dei processi. Per notificare 50 ordinanze di custodia cautelare in carcere, si spendono circa 30 mila euro tra carta, toner e forza lavoro. Potremmo risparmiarli notificando al detenuto un cd con il pdf…..Ci sono reati tipici commessi dai tossicodipendenti per comprarsi la dose. Perchè quando vengono condannati, stanno in carcere trattati con il metadone? Non serve a niente. Le statistiche dicono che su dieci tossicodipendenti che entrano in comunità, quattro guariscono. E allora la soluzione può essere pensare a comunità di recupero più chiuse, protette e sicure. Dove questi particolari detenuti possano cominciare un recupero e salvarsi la vita”.