Museo Castello di Rivoli, un assassinio con nomi e cognomi.

L’assassinio di un museo (un delitto politico)

Non ricordiamo casi precedenti di musei deceduti. Che siano orfanotrofi o cimiteri essi stessi, i musei non decedono. Né per cause naturali (invecchiamento) né per denutrizione (sono abituati ai digiuni) né ammazzati o avvelenati (come in questo caso).

In pericolo di vita è il museo numero uno in Italia nella sua specialità, l’arte contemporanea, uno dei più belli in Europa, molto invidiato e imitato, uno dei pochi vanti della scarna museologia postbellica italiana: il Castello di Rivoli.

L’architetto svizzero Mario Botta riferiva nel recente Congresso mondiale degli Amici dei Musei a Genova che nel dopoguerra si sono costruiti almeno mille musei, molto costosi, molto sontuosi, opera quasi tutti di archistar. Gli architetti sono ossessionati dall’idea di firmare almeno un museo, come nel passato lo erano di costruire grandi cattedrali. Verrebbe da parafrasare lo slogan di Il Giornale dell’Arte: «Che Archistar sei, se un museo non lo fai?».

Per Rivoli, Gabriel García Márquez potrebbe dire che si trattava di «morte annunciata», Truman Capote o John Grisham avrebbero potuto sostenere la tesi di una silenziosa condanna a morte, mediante somministrazione progressiva di veleno. Tesi complicate dal fatto che manca un movente convincente. Chi vorrebbe distruggere qualcosa di ammirato da tutto il mondo? Iconoclasti? Gli artisti esclusi da scelte settarie?

Ora si sospetta che a Torino agisca un serial killer, dopo l’euforia trionfalistica degli anni trascorsi: nel cuore della città sono già stati uccisi a sangue freddo un’importante Kunsthalle (palazzo Bricherasio) e due sale di esposizione usate dalla Regione, Palazzo Cavour e la Sala Bolaffi, quest’ultima sporadicamente ancora attiva per la dedizione del privato proprietario. Ma la vittima questa volta è davvero illustre.

L’aspetto stupefacente (o forse no?) è che l’intera cittadinanza dell’hinterland sembra indifferente al crimine culturale. Tutti sanno e tutti tacciono, eccetto (per una volta) i giornalisti, il critico di «La Stampa» Rocco Moliterni che non ha usato mezzi termini e non ha risparmiato nessuno, e la collega di «la Repubblica» Marina Paglieri. Ma nessun «indignado» è sceso in piazza. Col suo silenzio-assenso, la cittadinanza si è resa complice di un tentato omicidio che ora, in extremis, le alte cariche locali cercano di sventare ipotizzando l’unificazione delle tre principali istituzioni: Rivoli, la Galleria d’arte moderna e la fiera Artissima.
Come nei più tradizionali romanzi gialli, la vicenda è introdotta dal suo bravo elenco di personaggi e interpreti. I principali sono:

Gianni Oliva, principale accusato, ex assessore regionale Pd,

Giovanni Minoli, giornalista televisivo di fama, presidente (assente e distratto) del Castello nominato da Oliva

Mercedes Bresso, già presidente Pd della Regione, garante a oltranza di Oliva

Fiorenzo Alfieri, Ugo Perone, Franco Dessì, Luigi Guidobono Cavalchini, Fulvio Gianaria, Alessandro Barberis, Valentina Marocco e Paola Ravetti, consiglieri di amministrazione nominati dai soci

Michele Coppola, detto Baby Face, del Pdl, successore di Oliva come assessore alla Cultura
Roberto Cota, presidente leghista della Regione, successore (per un baratto berlusconiano) della Bresso
Andrea Bellini e Beatrice Merz, direttori del Museo, sicari involontari, scelti da Oliva e dall’ex assessore di Torino Fiorenzo Alfieri.

Movente, o meglio causa del delitto, per l’ennesima volta, l’ignoranza, la mancanza di cultura.

L’incompetenza e la presunzione. I personaggi e interpreti sopra elencati non hanno capito il valore reale di ciò di cui hanno facilitato la fine. Non l’hanno impedita (omissione di soccorso) né i presidenti né i consiglieri, inerti e inetti, succubi delle volontà politiche che rappresentano. Un delitto preterintenzionale.

Dunque, se morirà, il Castello di Rivoli morirà di una morte assurda, stupida. Causata da un assessore incompetente e ambizioso che voleva un cambiamento per affermare il proprio potere di cambiare. E dal suo successore di opposto segno politico, Baby Face dal rassicurante sorriso perenne, che finora si è dimostrato altrettanto insensibile e inconsapevole della rarità che ha in suo potere.

Il delitto è politico perché determinato da soggetti politici che, pur allertati, hanno voluto manifestare atti politici di discontinuità che si stanno dimostrando letali per la struttura, fragile e delicata, di un museo eccezionale. Era stato costruito con grande abilità durante vent’anni, ora in breve tempo lo hanno ridotto nell’attuale stato preagonico.

da Il Giornale dell’Arte (ottobre 2011)