Serata preziosa, di quelle da incorniciare per gli amanti della storia, della libertà comunque coniugata e per i liberi spiriti repubblicani, quella di giovedì 15 febbraio a “La Meridiana” in piazza San Rocco nel prestigioso salone delle conferenze. L’occasione era  il ricordo del 175° della fondazione della Repubblica Romana del 1849, quella del Triumvirato di Mazzini, Saffi e Armellini, per molti solo vaghi e sbiaditi ricordi scolastici. Dopo il saluto del presidente dell’associazione Angelo Castagno, l’avvocato Antonio Caputo ha ricordato quanto stretto sia il legame tra quell’esperienza che tante speranze aveva suscitato non solo in Italia ma in tutta Europa e che ebbe l’orgoglio e l’onore di deliberare il 1° luglio 1849 , ormai sotto le devastanti cannonate restauratrici dell’ordine papale del generale francese  Oudinot,  una costituzione incredibilmente moderna per l’epoca,  che sta addirittura alla base nei suoi principi fondamentali con  la nostra costituzione del 1948,  anch’essa sempre sotto attacco politico.

Puntuale, ricca, appassionata, a tratti commovente, una vera lezione di alto profilo, l’alta allocuzione  della prof. Cristina Vernizzi, già direttrice del Museo del Risorgimento di Torino e ora presidente dell’Associazione Mazziniana piemontese, che ha letteralmente stupito il numeroso e attento  pubblico presente in sala, partendo dalle fibrillazioni politiche negli “staterelli” di un’Italia non ancora entità statuale unita, e dei fermenti di libertà nell’Europa continentale, tutti prodromici alla nascita della Repubblica Romana. E ancora flash su eroismi individuali, sul rigore assolutamente democratico di Giuseppe Mazzini che addirittura consentiva la pubblicazione di giornali clericali violentemente critici nei suoi confronti, sui suoi contrasti con Garibaldi su come la Repubblica appena nata e già attaccata militarmente andasse difesa. Ricordi appassionati sui combattenti (fra tutti, i polacchi) che arrivarono da ogni parte del mondo, una sorta di Brigata internazionale ante-litteram, che ricorda quella che combatté eroicamente in Spagna dal 1936 al 1939 in appoggio del governo legittimo repubblicano contro il fascismo golpista e oscurantista di Francisco Franco,  dimostrazione plastica  di quanto siano importanti i  valori di libertà, laicità, giustizia sociale e quanto possa costare difenderli.

Vernizzi ha  tratteggiato con la nettezza dello storico di razza la cupa e ambigua  figura di Papa Pio IX, che, tradendo Carlo Alberto (“la fatal Novara”) in ossequio alla cattolicissima Austria aveva gettato la maschera della sua finta  apertura liberale, aveva chiamato, dal  rifugio di Gaeta dopo l’assassinio del suo ministro di polizia Pellegrino Rossi, tutte le nazioni cattoliche, borbonici in testa, alla santa (e sempre sanguinosa)  alleanza contro  gli “usurpatori” senza dio; ha ricordato il ruolo, splendido,  delle donne nella difesa della repubblica, per tutte la scrittrice e giornalista americana Margaret Fuller, poi vittima con la famiglia nel naufragio della nave che la  riportava oltreoceano.

Il  sacrificio di Goffredo Mameli, caduto sul Gianicolo in quel luglio ’49 ha introdotto l’intervento di Umberto d’Ottavio, che, nel 2017, all’epoca deputato, fu il primo firmatario della legge che rende finalmente ufficiale il Canto degli Italiani, per tutti noto come l’Inno di Mameli che con il tricolore rappresenta l’unità della nazione. Prima l’inno rivestiva carattere di provvisorietà, come decretato nelle turbolenze istituzionali di fine ’46 dal capo del governo De Gasperi. D’Ottavio ha sciorinato aneddoti riferiti alle sempre perigliose dinamiche burocratiche di Montecitorio. Un forte aiuto alla concretizzazione dell’atto legislativo, dice,  fu infine la splendida vittoria alle Olimpiade di Rio de Janeiro nel 2016 del judoka rivolese Fabio Basile.

Una serata, preceduta dalla visione di un breve film sugli aspetti musicali dell’inno, imperniata ovviamente sulla figura splendida di Michele Novaro, che ne scrisse lo spartito e che volle fosse solo e sempre definito  “Inno di Mameli”, in onore dell’amico carissimo che aveva dato, a 22 anni,  la propria vita per la libertà. Questo fino alla sua morte avvenuta nel 1885.

Pio IX morì nel 1878, dopo 32 anni di papato. Nel 2000, papa Giovanni Paolo II lo beatificò “perché la sua vita spirituale si trasfuse nel popolo cristiano per mezzo delle sue parole e delle sue azioni”.  Soprattutto quelle degli anni 1848, 1849 e 1870, aggiungiamo noi.

Mantenere la memoria storica è compito statutario de “La Meridiana”. Pensiamo, con legittima soddisfazione, di averlo onorato il 15 febbraio.