
Ponemmo qui in via Capra 7 questa lapide il 27 gennaio 2016, 9 anni fa, e puntualmente ogni 27 gennaio ci ritroviamo. E questo è un bene. Per non dimenticare mai.
80 anni fa come oggi soldati a cavallo dell’Armata Rossa arrivarono ad Auschwitz e presero per primi coscienza dell’orrore assoluto.
Il Giorno della Memoria (G.d.M.) riguarda tutti noi, non solo i figli della Shoah, la catastrofe, che vide assassinati a milioni i loro fratelli, padri e nonni. E insieme a loro altre decine di migliaia di esseri umani – omosessuali, testimoni di Geova, zingari, oppositori politici, militari non asserviti alla svastica.
Ma soprattutto sui responsabili di questo sterminio inimmaginabile va mantenuta ferma la memoria storica. A volte si ha l’impressione sconfortante che il G.d.M. e la cultura della memoria non servano a nulla. Il negazionismo non è affatto diminuito con l’istituzione da parte delle Nazioni Unite del G.d.M. appunto il 1° novembre 2005. Anzi pare alimentare una reazione di ostile e infastidito rifiuto.
L’abbondanza di memoria è accompagnata così dall’ansia di rimozione, vale a dire “ne parliamo tanto, ma non è roba nostra, è roba degli ebrei” e giù con paragoni per lo più impropri, specie sui social, alcuni ai limiti del vilipendio in questa giornata. A questo proposito ci sia permesso indirizzare un riconoscente e sentito abbraccio e la massima solidarietà e vicinanza alla senatrice Liliana Segre.
Il mondo è attraversato oggi da guerre atroci, dall’Ucraina a Gaza, con migliaia di morti innocenti e con un’umanità dolente che viene quotidianamente respinta e brutalizzata in tante parti, ma oggi qui ricordiamo il Giorno della Memoria del 27 gennaio 1945, ovvero l’avvenuta conoscenza dell’abisso della nefandezza umana.
Ribadiamo che la memoria della Shoah deve essere di tutti, non solo degli ebrei che l’hanno vissuta sulla loro pelle e che continuano ancor oggi a cercare le identità di tutti i loro morti per restituire, come fa lo Yad Vashem, a ciascuna vittima il proprio nome, perché il nome è segno di vita. Chi deve ricordare sono soprattutto gli “altri”.
Gli altri, i non ebrei, hanno l’obbligo morale di non dimenticare la ferocia criminale della Germania nazista che spalancò le porte dell’inferno in terra, la stessa Germania che era stata la patria di Goethe e Beethoven ma che uccise il piccolo Sergio Simone, 7 anni, strappato alla madre, deportato ad Auschwitz, trasferito poi ad Amburgo, cavia innocente per i sadismi immondi di Mengele, infine avvelenato e poi impiccato nell’aprile 1945, a guerra praticamente finita; nè parimenti dimenticare la malvagità dei fascisti complici spietati e miserabili di questo abominevole disegno, a partire dalle leggi razziali del 1938.
Non devono al contrario essere dimenticati i pochi che, uscendo dalla palude sterminata e oggettivamente complice del male di quella che Primo Levi definiva la zona grigia, misero in salvo, a rischio della vita, bambini, donne ebrei.
Mons. Vincenzo Barale fu uno di questi. Noi de “la Meridiana” siamo orgogliosi di aver contribuito alla nomina sua e del suo sodale don Vittorio Cavasin a Giusti fra le Nazioni. Da questa istituzione voluta nel 1963 dalla Corte Suprema d’Israele, in Italia sono stati nominati Giusti 776 donne e uomini di ogni età e condizione sociale (ricordiamo tra questi Carlo Angela, Tullio Vinay, Giorgio Perlasca, Gino Bartali e Giovanni Palatucci) e altre 27mila persone di 40 nazionalità diverse. Tanti fra i presenti ricorderanno la cerimonia tenutasi nella sala del Consiglio comunale della nostra città il 19 novembre 2015.
Oggi abbiamo il l’onore di avere con noi il canonico Claudio Furnari, parroco della Stella e responsabile delle Chiese di Rivoli città. Lo ringraziamo di cuore, certi del placet del “nostro” Giusto Vincenzo Barale.





