Tullia Zevi, una figura poliedrica

Tullia Zevi, la donna del dialogo tra ebrei e cattolici è’ morta il 22/01/2011 a 92 anni. Nel 1987 aveva firmato la storica l’intesa con lo Stato italiano

di ELENA LOEWNTHAL

Tullia Zevi ha lasciato questo mondo ieri sera, proprio mentre si chiudeva il Sabato, che la tradizione ebraica immagina in figura di sposa che viene e va dentro il tempo. A giorni avrebbe compiuto 92 anni: era nata a Milano il due febbraio del 1919. Con lei se ne va una grande figura dell’ebraismo italiano, e non solo perché ha ricoperto importanti incarichi ufficiali, a incominciare dalla presidenza dell’Unione delle comunità ebraiche italiane dal 1983 – unica donna a ricoprire questo ruolo cruciale.

Di incarichi ufficiali e non Tullia Zevi ne ha avuti davvero tanti, all’insegna di una vita attiva, instancabile eppure sempre animata da quella sua pacatezza straordinaria che ti colpiva immancabilmente quando la sentivi parlare, sorridere, annuire in un modo che non era un puro assenso, ma diceva tante cose insieme a quel gesto.

Tullia Zevi era davvero tante cose, tante figure interessanti dentro una vita. Nel 1992 il presidente della Repubblica Scalfaro l’ha insignita dell’onorificenza di cavaliere di gran croce. Un cavaliere che era anche musicista, suonatrice d’arpa, e giornalista – per più di trent’anni scrisse per il quotidiano israeliano Maariv. In primo piano c’e certamente il suo impegno «politico» dentro l’ebraismo italiano: Tullia Zevi non è stata soltanto la prima donna a diventare, nel 1983, presidente dell’Unione che racchiude tutta la comunità degli ebrei italiani. Ha anche e soprattutto impresso a questa carica e all’istituzione che guida un corso davvero nuovo, nel presente e nel futuro. Con la sua dirigenza sono cambiati i rapporti fra le istituzioni, la società e la cultura di questo Paese: ne è nata una dinamica tutta nuova, di interazione, scambi. Soprattutto di una reciproca apertura che non è solo il frutto di tempi nuovi ma anche, e non in marginale misura, della presidenza di Tullia Zevi.

Grazie a lei l’ebraismo italiano, saldamente ancorato ai propri millenni di storia ma perennemente in bilico su numeri minimi – non dimentichiamo che la comunità italiana conta oggi, in tutto lo stivale, non più di venticinquemila anime – ha perduto quella paura della visibilità. Era lo spettro di un passato così generoso di torti da portare con sé l’idea che meno si veniva visti e riconosciuti più era probabile riuscire a sopravvivere indenni ai corsi e ricorsi di una storia per lo più ostile. Tutto questo sembrava definitivamente alle spalle con l’emancipazione, avviatasi per gli ebrei italiani a partire dalla metà dell’Ottocento in un lungo iter storico, ma le paure e le diffidenze sono dure a morire. C’è voluta Tullia Zevi per perdere, da parte ebraica, gli ultimi timori in merito a una partecipazione piena e attiva alla vita pubblica italiana.

Eppure qualcosa da rimproverare a questo Paese, come del resto ogni ebreo che abbia attraversato la prima e terribile parte del Secolo Breve, Tullia Zevi l’aveva, eccome. Il suo cognome di nascita era Calabi – divenne Zevi sposando il grande architetto Bruno – e la sua famiglia vide quell’atroce fulmine a ciel sereno delle leggi razziali da Oltralpe: erano in vacanza in Svizzera e forse fu proprio quella salutare distanza a dare loro le giuste misure dell’orrore che erano quei provvedimenti. I Calabi iniziarono l’esilio prima di tanti altri ebrei, e fu proprio la consapevolezza a concedere loro il beneficio di una salvezza che per molti non arrivò proprio perché non riuscirono a rendersi conto di quanto stava accadendo.

Lei si rifugiò prima in Francia, a Parigi. E poi quando anche lì tutto sembrava avviato verso quella catastrofe che puntualmente arrivò, attraversò l’oceano e approdò negli Stati Uniti. Si dice spesso che gli ebrei sono cittadini del mondo. È vero. Peccato che il più delle volte lo dovessero diventare loro malgrado. Certo questi esilii hanno forgiato l’animo di tanti, lei compresa. In questo senso, e anche in tanti altri, Tullia Zevi era davvero l’emblema di un ebraismo italiano tenace e paziente, ricco di cose da raccontare, ma anche di una certa qual ritrosia ereditata da secoli di difficoltà e paure.

E lei rappresentava e racchiudeva nella sua complessa, affascinante figura, questa indole tipicamente «nostra», fatta di saggezza antica, pazienza, consapevolezza dei propri esigui numeri ma anche di una nobiltà che non è blasonata perché la procura solo la storia. Al di là dei tanti incarichi ufficiali da lei ricoperti, Tullia Zevi è stata l’anima dell’ebraismo italiano, nel suo cuore – che in ebraico ha un’accezione ben più ampia di quella puramente sentimentale – e anche nell’inventario di esperienze che era stata costretta ad attraversare. Parlando con lei e ascoltandola parlare, quasi ci si dimenticava di quello che aveva passato: c’era infatti una dolcezza che disarmava, perché non era inermità, anzi. Era il buon uso dell’intelligenza e del sentimento: lei capace sempre di insegnarti qualcosa di nuovo ogni volta che la incontravi, che la ascoltavi.

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha inviato alla famiglia un messaggio di cordoglio: «Il rapporto che ho potuto intrattenere con lei personalmente e poi sviluppare negli anni della sua presidenza della Unione delle Comunità Ebraiche Italiane mi ha permesso di apprezzare profondamente la limpida e ferma consapevolezza storica e posizione ideale, l’alto impegno civile e la squisita umanità e cultura».