Omaggio letterario al Beato Antonio Neyrot (Neirotti)

Rinaldo Ernesto Ambrosia

Antonio

Un racconto

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Siamo tutti immersi nel fango ma alcuni di noi guardano le stelle.

Oscar Wilde

Premessa

La prima volta in cui sentii parlare del Beato Antonio Neyrot ero bambino; erano gli anni sessanta del secolo scorso. Giocavo nel cortile di casa con gli altri bambini che abitavano lì. Eravamo andati a salutare la nonna di due di loro che da tempo era ammalata. Nella sua camera, appesa sopra il comodino, c’era l’immagine di una figura maschile, un frate con una foglia di palma in mano. Incuriosito avevo chiesto chi fosse. L’anziana signora aveva detto che era l’immagine del Beato Neirotti, il loro protettore, di cui portavano il cognome e probabilmente da cui discendevano. Anni dopo, leggendo un libricino che narrava la sua storia, mi aveva colpito la sua vena di inquietudine e quanto forti e drammatiche fossero state le vicende della sua vita, la sua solitudine e il peso delle sue scelte. Quanto segue non è un saggio storico e nemmeno vuole esserlo. E’ null’altro che la storia di quel personaggio, rivisitata in forma romanzata e ispirata alle sue vere vicende.

Null’altro che un omaggio alla vita di un uomo, un religioso, il rivolese Beato Antonio Neyrot.

Antonio era nato nella prima metà del millequattrocento, suddito del duca Amedeo VIII di Savoia, ai piedi di quell’altura sulla cui sommità, le mura dell’antico fortilizio romano, trasformate poi in castello, guardano la campagna. Era aprile inoltrato e, come di consueto, egli entrava nel vecchio borgo fortificato, dopo aver attraversato per i campi, confuso tra gli ortolani che portavano al mercato le loro merci, lungo la stradina che conduceva a porta Sorda. Quando riusciva a sottrarsi alle sue occupazioni, correva d’un fiato alla chiesa di San Domenico, e qui, inginocchiato dinanzi alla statua della Madonna, i suoi pensieri vagavano liberi.

Parlava a quella donna, a quella madre, confidava tutti i suoi affanni. Sovente, gli piaceva pensare e nel farlo un sorriso affiorava alle sue labbra, all’origine di quella statua ritrovata nell’umida terra, in quel campo che dava nutrimento a pruni e melograni. L’insistente raggio luminoso di una stella, battendo su di un melograno, ne aveva rivelato così il luogo di sepoltura. La statua era nascosta sotto terra, la stessa terra che egli stringeva nel pugno, sbriciolandola per sentirne il grado di umidità, mentre aiutava suo padre nei campi. Era la terra buona, quella che donava, nei raccolti favorevoli, il nutrimento per tutta la sua famiglia.

A volte, immerso nel silenzio, protetto dagli spessi muri di quella chiesa, terminate le orazioni e dopo essersi calato in un profondo vuoto interiore, Antonio guardava la statua e gli pareva di scorgere un sorriso accendersi sul volto della Madonna ma forse era soltanto l’ondeggiare dei ceri che ne animava le ombre. Poi il rintocco della campana lo riportava bruscamente alle sue occupazioni e allora lasciava in fretta la cinta muraria fortificata e correva, attraversando il borgo, ai campi.

Frequentava il Convento dei Padri domenicani. Gli sembrava un’estensione della sua famiglia. Lì si sentiva come a casa. Aveva iniziato a formulare al padre confessore un abbozzo di pensiero che presto si era tramutato in una forte motivazione. Sentiva che la vocazione al servizio di Dio era un bisogno interiore che si faceva sempre più insistente. Il suo direttore spirituale, titubante e severo, frenava queste sue aspettative.

– Sei ancora così giovane… la vocazione religiosa non è frutto dell’entusiasmo…

E poi a casa c’erano i suoi genitori che contavano sul suo aiuto, sulle sue braccia. E i suoi fratelli erano ancora piccoli…

Ma ci sono cose che, come l’acqua dei fiumi, scavano da sé il loro percorso. E un bel giorno, con il consenso e la benedizione del Padre spirituale, entusiasta, Antonio corse a casa dai suoi genitori.

– Vado a farmi frate Domenicano!

Un’ombra scura comparve sul viso di sua madre, il suo sorriso si spense.

– Perché ci vuoi lasciare? – le parole di sua madre risuonarono secche come un ramo spezzato.

– Perché Dio mi chiama!- aveva risposto Antonio con piglio deciso, tipico del suo carattere. A volte le parole sono più feroci di uno schiaffo. Sua madre, dopo avergli detto:

– Tuo padre non te lo perdonerà mai – si era chiusa in un pesante silenzio.

La sera, illuminato dai flebili riflessi delle fiamme del camino, il padre aveva allontanato con gesto di stizza la scodella di coccio, dal centro della tavola, contenente la zuppa di verdure, la cena della famiglia e guardava Antonio scuotendo la testa. I fratelli, silenziosi, a testa china, avevano smesso anche loro di immergere nella scodella i cucchiai di legno. Un senso di attesa era calato pesante nella stanza.

La madre, staccandosi dal camino, aveva pulito con uno straccio il tavolo e posato davanti al marito un pugno di castagne secche.

– Oggi è venuto al campo padre Francesco… abbiamo parlato… questa cosa non va bene!- aveva borbottato lui tra sé e sé.

I genitori di Antonio, fervidi credenti, partecipavano assiduamente alle funzioni religiose che scandivano l’anno liturgico e si comunicavano regolarmente. Raccomandavano e offrivano al Signore ogni azione quotidiana. Nella loro casa più che il timore regnava la grazia di Dio. Erano orgogliosi di quel figlio che dimostrava curiosità e intelligenza nei confronti del mondo ma la terra continuava a richiedere il suo pesante contributo di braccia e le bocche da sfamare erano numerose.

Iniziò così una serrata trattativa tra la famiglia di Antonio e i Padri domenicani ma alla fine fu dato il consenso.

E fu allora che, un po’ per sottrarlo alle pressioni della famiglia, un po’ per verificare la solidità della sua vocazione si decise di fargli fare il periodo di noviziato lontano da casa.

Antonio, con una lettera di raccomandazione del Padre Priore domenicano di Rivoli,   venne affidato ad alcuni mercanti che dovevano recarsi alla volta di Firenze. Fu un mattino mesto, con un cielo denso di nuvoloni, quello in cui, salutati i famigliari, il ragazzo si avviò verso il suo nuovo destino.

Firenze gli apparve subito come una realtà di fiaba. La città, racchiusa da una cinta muraria, raccoglieva chiese, basiliche, piazze e palazzi. Il campanile policromo di Giotto svettava verso il cielo, simile ad una torre impreziosita di broccati, mentre la cupola del Brunelleschi sembrava uno scrigno ricco di tesori. Ovunque edifici in marmo e pietra facevano da quinta a una giostra di dame e cavalieri che, avvolti in velluti e broccati e bardature in corame fino, si pavoneggiavano nella piazza della Signoria in attesa che calasse la sera.

E poi un vespaio di tintori, di pannilani e di mercanti delle varie corporazioni che si disputavano ad alta voce il prezzo delle merci, con quella parlata larga e musicale che mal si confaceva con gli abituali suoni gutturali e chiusi della sue genti pedemontane. Era una prima vere che gli correva incontro, abbagliandolo nella sua danza di luce e colore.

Antonio guardava smarrito quel brulichio di genti, immerse nel marasma degli affari, che lo stordivano confondendolo, e l’assenza di spazi aperti, della campagna, dei consueti profili delle montagne, lo gettava in un profondo stato di prostrazione che gli faceva girare la testa. Osservava l’acqua dell’Arno che scorreva sotto il ponte a tre arcate, seguiva con lo sguardo il flusso della corrente che correva via, lavando i suoi pensieri. Ma per lui era giunto il tempo di iniziare gli studi di novizio.

Antonino Pierozzi, priore del convento di san Marco, dopo aver letto la lettera di raccomandazione, lo accolse calorosamente tra i novizi che si preparavano ad entrare nella vita religiosa.

– L’ordine domenicano sarà la tua nuova famiglia e le sue mura la tua casa – aveva detto a quel giovane che si guardava attorno timoroso e incuriosito. Il convento domenicano dal quale proveniva appariva a confronto di quello fiorentino come una foglia novella tra le fronde di una folta quercia. L’edificio, già dei monaci Silvestrini, era stato affidato ai Domenicani di Fiesole da Papa Eugenio IV. Il convento, all’epoca, era un cantiere in fermento. Erano in corso i lavori di sistemazione compiuti dall’architetto Michelozzo con i finanziamenti che Cosimo de’ Medici, detto il Vecchio, aveva assegnato ai Domenicani.

Antonio iniziò così un anno di prova in convento. Le ore, scandite dal suono delle campane, caratterizzavano la sua giornata. I lavori manuali non gli pesavano ma in lui si faceva sempre più pressante l’ansia del domani. Trovava pace quando nella chiesa silenziosa si immergeva in preghiera e in meditazione. Le Lodi del Mattutino lo coglievano infreddolito e assonnato, mentre al Vespro, e in particolare, quando tra i confratelli veniva intonato il Salve Regina, una lacrima scivolava furtiva sul suo viso. Ma erano gli studi a occupare buona parte della giornata. Immerso tra la Patristica, gli studi teologici, la Storia della Chiesa e dell’Ordine, mandava a memoria i passi più importanti, traducendo dal latino, scrivendo su frammenti di pergamena ormai logori dall’uso.

Dopo un anno di prova, fu vestito con il saio bianco dell’Ordine domenicano.

La cerimonia della consacrazione era scorsa via come d’incanto. Antonio e altri diciassette novizi, sdraiati sulle fredde pietre del pavimento, di fronte all’altare maggiore, tra salmi e il Te Deum laudamus che saliva possente, infrangendosi tra le navate della chiesa, avevano ricevuto l’abito dell’Ordine.

Passarono i giorni e all’imbrunire, al termine di Compieta, come di consueto, chiuso nella sua cella Antonio misurava a brevi passi il piccolo spazio attorno a sé. Ripeteva a bassa voce i versetti dell’Evangelo, cercando di renderli comprensibili per la gente. Il Verbo era un fiume di grazia che scorreva e lui, da sempre spirito inquieto e insofferente, preferiva la parola alla pagina scritta. Già da novizio i suoi compagni lo stavano ad ascoltare ammirati. La parola è un’arma potente, più potente della spada di S. Pietro nell’orto del Getsemani e Antonio si stava ora misurando con questa sua dote. Era il suo talento che lentamente stava affiorando, manifestandosi.

Fu durante un lavoro che svolgeva da novizio. Stava trascrivendo per frate Guglielmo, lo speziale, una prescrizione galenica su un foglio di carta, quando incontrò fra Giovanni Angelico da Fiesole. Uscendo dal laboratorio della farmacia era entrato nella vicina biblioteca, con due grossi volumi di herbarium sottobraccio e si era poi recato nello scriptorium. Era preoccupato, doveva servirsi di questo materiale d’uso corrente, la carta, fatto di stracci macerati, che non ammetteva errori; le lettere dovevano essere chiare e sicure, non poteva mondarle come sulla pergamena, raschiandole.

I copisti erano al lavoro, immersi nel silenzio. Fra Giovanni, chino su un tavolo vicino a una finestra esposta a mezzogiorno, tra inchiostri, calami e pennelli, stava miniando un grosso libro da coro. Antonio si era avvicinato e aveva osservato incuriosito quelle figure nascere e prendere forma su quella pelle ovina sbiancata.

Un piccolo libro delle ore era aperto su un leggio, sulla pagina miniata si vedeva Maria che sorreggeva Gesù il Salvatore. Due Angioli le reggevano una corona dorata sopra il capo. Tutt’attorno si apriva un giardino impreziosito da un ordine di siepi verdi che abbracciava la Vergine.

Fra Giovanni aveva improvvisamente sollevato il viso con sguardo interrogativo.

– Maestro… – aveva biascicato Antonio.

– Fratello, piuttosto, ma dimmi novizio, cosa ti abbisogna?

– Guardavo, Maestro, queste figure che nascono così, dalla vostra mano. E’ dunque un miracolo questo?

Fra Giovanni aveva sorriso, poi posato il pennello si era rivolto al giovane dicendo:

– I miracoli li fa Nostro Signore. A noi, suoi umili servitori, Dio ha donato dei talenti, ognuno ha il suo e lo mette al servizio della comunità per la gloria di Dio. Ma dimmi, novizio, tu hai già scoperto quale è il tuo talento- ?

Antonio, dopo un attimo di smarrimento, fiero aveva detto:

– Vorrei fare il predicatore, come il nostro Venerando fondatore dell’Ordine, Domenico di Gutzman-.

Fra Giovanni, sorridendo, aveva esclamato – Che Dio t’accompagni – . Poi aveva ripreso il pennello e si era chinato sul libro approfittando delle ultime ore di luce.

– Siano benedette le vostre mani, Maestro – aveva aggiunto Antonio, sgattaiolando via.

Quando, con i Confratelli, attraversava il grande chiostro per recarsi in chiesa alle funzioni, Antonio sollevava con due dita il cappuccio del saio, e guardava il campanile della chiesa, che si stagliava contro il cielo; gli pareva, per un istante, di rivedere la torre quadrata sormontata da un tetto a spioventi del castello fortificato della sua città natale. Il pensiero, allora, correva alla sua famiglia, alla sua casa lontana.

Accadeva che, portando manoscritti o ritirando libri dai fratelli, capitasse nei pressi della cella affrescata dal Maestro Giovanni da Fiesole. Allora, Antonio, incantato, si soffermava ad osservare l’affresco dell’Annunciazione realizzato all’interno della cella. Guardava stupito quelle due figure, l’ Angiolo e la Vergine Maria che brillavano di una luce che sembrava provenire dalla parete di fondo, priva di finestre e delineata da una serie di volte a lunetta.

San Pietro se ne stava in disparte, dimesso, a mani giunte, seminascosto da una colonna e osservava tacito la scena. Maria, con il viso proteso in avanti, era raccolta in sé, con gli occhi che guardavano lontano. Un libricino era appoggiato sul suo avambraccio sinistro. Antonio aveva riconosciuto il libro di preghiera che il maestro fra Giovanni Angelico da Fiesole aveva miniato. Anche l’Angiolo sembrava in attesa, proprio come quando si è terminato di dire qualcosa e si attende la risposta. La scena era presente e viva. Talmente viva che Antonio, la prima volta, pieno di meraviglia, aveva fatto un passo in avanti e aveva sfiorato con le dita il lembo del manto di lapislazzuli di Maria, per accertarsi se fosse di stoffa vera ma il freddo del muro gli aveva restituito tutta la solidità della pittura affrescata.

Il tempo passava tra lo scorrere delle stagioni e la buona novella. Il suo eloquio, preparato e provato e riprovato minuziosamente tra i muri tirati a calce della sua cella, coinvolgeva sempre di più. La sua voce fluiva alta e tuonava possente dai pulpiti della chiesa di S.Marco o della domenicana S. Maria Novella, tra il volgo che ammutoliva atterrito e i giovani patrizi che, stupiti di tale verbo, sollevavano gli sguardi furtivi dalle giovin donzelle, fissando allibiti il pulpito. E l’ira di Dio colpiva gli astanti come un improvviso acquazzone estivo.

Ma il ministero della predicazione lì, tra le terre toscane, era per lui ormai poca cosa. Il suo ardore lo spingeva a voler di più, anelava alla vita del missionario in terre lontane. L’Africa era la sua meta. Non apparteneva forse ad un ordine di predicatori? Non erano, lui e i suoi confratelli, i fedelissimi, i cani da guardia di Dio, contro il dilagare delle nuove eresie, i Domini Canes?

Non aveva forse giurato obbedienza, come tradizione vuole, non all’Ordine ma al suo diretto superiore? Doveva perciò il suo Superiore dargli il consenso a partire, ad abbandonare il convento verso le terre di missione, a portare il messaggio di Cristo tra gli infedeli. Altro che continuare a studiare teologia e filosofia, lui che era un uomo di verbo non di penna.

Con il passare dei mesi questo suo pensiero inizialmente abbozzato, prendeva sempre più forma, fissandosi come un chiodo nella sua mente, sino a diventare una vera e propria ossessione.

È difficile tacitare le voci che si hanno nella testa. È difficile capire che, per vanità e orgoglio, si ha superato già di un buon tratto il proprio talento datoci in prestito da Dio. Ed è ancora più difficile attenuare il proprio tormento che questa ossessione porta. Antonio si decise di fare domanda formale ai suoi Superiori per l’apostolato nelle terre di missione.

Padre Antonino Pierozzi, nominato nel 1446 dal Papa Eugenio IV, arcivescovo di Firenze, che, pur essendo preso dai gravosi impegni del suo nuovo incarico, continuava a seguire l’Ordine, cercò di dissuaderlo da questa sua follia. Lui che l’aveva ordinato sacerdote, che l’aveva seguito come un figlio nei successi oratori, sapeva in cuor suo che la vita missionaria esige uno spirito di sacrificio e dedizione totali ai quali Antonio non era ancora pronto ma la caparbietà era una qualità che Antonio aveva innata e, tanto argomentò, tanto insistette, che alla fine i suoi superiori convennero di mandarlo in Sicilia, dove l’Ordine contava una dozzina di conventi e dove, oltre agli isolani, vi era un continuo flusso di genti: mercanti arabi, greci, ebrei e persiani. Sull’isola approdavano e transitavano imbarcazioni che giungevano dal mare e facevano sosta per rifornirsi prima di riprendere la loro rotta. La moltitudine di razze che affollava le città poteva favorire l’occasione, per lo smanioso predicatore domenicano, di un confronto con i suoni di diverse lingue e nuove culture.

Antonio si aggregò ad un gruppo di mercanti che erano diretti con le loro merci a Napoli dove si sarebbero imbarcati per l’Africa.

Il mare. Antonio guardava quella distesa d’acqua in movimento che si fondeva con il cielo e gli sembrava il respiro di Dio. Il profumo del mare era un odore nuovo per le sue narici e tutta quella vastità di acqua e cielo lo disorientava. Imbarcato su una piccola barca da trasporto, con l’acqua che lambiva lo scafo, lui terrazzano d’origine, la sentiva muoversi sotto i suoi piedi, si sentiva instabile, cercava un equilibrio che pareva aver dimenticato a terra, nel porto, tra cordami, sacchi e giare.

Il sole infocava l’aria e la salsedine, spinta dal vento, accecava gli occhi. Sentiva il vociare degli uomini a bordo immersi nelle loro occupazioni. Sentiva lo schiocco della vela tesa sotto le raffiche del vento e lo stridio dell’imbarcazione che pareva sul punto di cedere, di arrendersi improvvisamente all’impeto delle onde. Eppure la barca avanzava, solida, tenendosi sotto costa, con la prua volta a levante. Antonio pregava il Signore, ringraziava Dio per questa sua nuova destinazione, speranzoso, in cuor suo, che la sua vocazione prendesse corpo e si concretizzasse.

Il fervore del suo apostolato lo faceva fremere di irrequietezza, avrebbe voluto aver già toccato terra ed essersi installato sul pulpito, pronto per distribuire ai fedeli la lieta Novella. Poi, dopo aver attraversato un tratto di mare aperto, lentamente, come un segno scuro tracciato su di una pergamena, ai suoi occhi apparve la terra.

L’isola lo aveva accolto come un naufrago che approda nuovamente alla vita. Si era subito sentito rinvigorito e spronato dal nuovo compito di apostolato. L’Ordine disponeva di una dozzina di conventi “nell’isola del sole” e Antonio, da Messina sua sede abituale, si spostava a dorso d’asino sull’isola, visitandoli e soffermandosi, irrequieto come sempre, per brevi periodi, per curare l’istruzione religiosa della popolazione. Il clima mite, i colori del cielo e del mare, i bianchi mandorli fioriti durante i mesi invernali erano un piacevole contorno alle sue giornate. Gli isolani, pur rispettosi dell’abito che indossava, apparivano ad Antonio indecifrabili. Occhi scuri cui non sfuggiva nulla, sembravano più preoccupati dello svolgimento delle loro abituali occupazioni che di una concreta crescita spirituale.

Antonio dispensava il Verbo con tutto l’ardore e l’enfasi dei suoi giovani anni. Ad Agrigento aveva conosciuto fra’ Celestino. Era un frate anziano, gli occhi scuri, spiritati che emergevano da un viso scarno solcato da rughe, la barba sfatta, bianca come i pochi capelli rimasti e il pomo d’Adamo che oscillava tra le pieghe del collo. Era nativo dell’isola, era entrato nell’Ordine da giovane e da allora viveva all’interno del convento, riservato e schivo, come l’ombra della sua ombra. Si accalorava soltanto durante l’omelia; con parole semplici e gli occhi che sembravano tizzoni ardenti, lanciava parole apocalittiche ai fedeli.

Antonio, affascinato da questo predicatore, aveva cercato di avvicinarlo, di parlargli ma con un gesto risoluto di mano il frate aveva troncato sul nascere ogni suo tentativo, facendolo desistere. Antonio seguiva i suoi sermoni incantato, nel medesimo tempo stupito che dalle parole di quell’uomo uscissero le fiamme dell’inferno. Tutti i fedeli ammutolivano, chinando il capo, sotto i suoi strali. Anche in Convento, tra i confratelli, si mormorava che un segreto avvolgesse il passato di padre Celestino. C’era stato un periodo, durato cinque anni, in cui Celestino aveva abbandonato il convento per poi farvi ritorno. Il Padre superiore aveva troncato sul nascere ogni pettegolezzo e aveva riaccolto, come figliol prodigo il frate. Circolavano però dicerie che ci fosse, in quell’Ordine Minore che aveva ospitato Celestino, odore di eresia.

Era trascorso già più di un anno dal suo arrivo sull’isola, il tempo era volato ma, nonostante l’impegno profuso, Antonio si sentiva vinto dentro, sconfitto. Il tiepido consenso che riceveva dai fedeli lo aveva scoraggiato. Si era prefigurato un apostolato di tipo diverso e lo scarso successo conseguito era strisciato dentro di lui, insinuandosi come un cuneo, creando, giorno dopo giorno, una profonda lacerazione.

Un pomeriggio, padre Celestino era stato chiamato dal frate guardiano in parlatorio perché un fratello era venuto in visita. Antonio aveva bussato alla sua cella portandogli la notizia. Celestino nell’uscire aveva sporto ad Antonio la brocca di terracotta chiedendogli di riempirla. Antonio aveva prontamente ottemperato alla sua richiesta e, nel riportare la brocca colma d’acqua, si era reso conto che la cella era vuota. Celestino era ancora in parlatorio. Aveva allora cercato un posto dove appoggiarla, il tavolo era colmo di libri e pergamene sparse. Aveva cercato di fare posto tra quel caos, spostando la lucerna ad olio, e una pergamena era scivolata a terra. L’aveva raccolta e aveva osservando il disegno miniato che raffigurava un papa assiso su di un trono, attorniato da monaci predicatori. Sopra di lui, vergato in rosso fuoco, campeggiava la scritta “VLTIMVS ANTICHRISTVS”. Aveva riconosciuto che l’immagine si riferiva alla profezia di Gioachino da Fiore, secondo la quale, nella terza epoca, quella dominata dallo Spirito Santo, l’umanità avrebbe conosciuto la pienezza dell’amore e della completa libertà spirituale. Ma, prima che essa si instaurasse, l’Anticristo avrebbe regnato per tre anni e mezzo, contrastato da un Papa santo e da monaci solitari, contemplativi e predicatori.

Dunque Celestino poteva essere un gioachimita. Questo gettava luce sul suo predicare dal fare profetico. Era forse Celestino in odore di eresia? Oppure semplicemente un povero uomo che in gioventù si era fatto confondere da false dottrine, aveva smarrito la giusta via e poi era rientrato nella disciplina dell’Ordine? In effetti i suoi sermoni non parlavano della dottrina e del ruolo della Madre Chiesa ma avevano una apocalittica visione dei peccatori e delle loro relative pene tra i supplizi e le fiamme dell’Inferno. Mentre questi pensieri si affollavano nella sua testa, Antonio aveva riposto il foglio fra gli altri, poi appoggiata la brocca a terra, era uscito richiudendo la porta della cella.

Attraversando il chiostro rivedeva nella sua mente Celestino durante la predica. Sembrava davvero che lo Spirito Santo scendesse su di lui sin dalle prime parole. E le sue parole erano lingue di fuoco, come recita l’Evangelista Giovanni “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.”

Antonio, immerso nei suoi pensieri, non si era accorto che il Padre guardiano recava una missiva per lui. Aveva aperto incuriosito quel foglio di carta, ripiegato e sigillato, che proveniva dal convento di S. Marco di Firenze.

Antonino Pierozzi, ora Vescovo di Firenze, lo richiamava a sé per affidargli un nuovo compito legato alla predicazione. E così, dopo quasi due anni vissuti sull’isola, Antonio si apprestava a rientrare a Napoli per proseguire poi verso Firenze. Radunate le sue poche cose aveva salutato i Fratelli e mentre stava percorrendo il chiostro da una porta laterale era uscito padre Celestino, si era fermato, lo aveva osservato con uno sguardo penetrante e al medesimo tempo inquieto, poi sollevate le due dita della mano destra gli aveva impartito una benedizione. Antonio aveva chinato il capo e lasciato Celestino dietro di sé, bilanciando bene la sacca sulle spalle, aveva imboccato l’uscio del Convento diretto al porto.

Si era imbarcato alla volta di Napoli, su una piccola galera al comando di Giovanni Sardo. Alle prime ore del mattino erano salpati, sul mare aleggiava una leggera foschia e la navigazione scorreva agevole. La nave corsara era sbucata all’improvviso, solcando le onde come una lama affilata, uscendo da un banco di foschia e aveva tagliato la rotta del legno su cui Antonio era imbarcato. Il capitano aveva virato subito il suo scafo a levante, verso la costa, verso quell’esile tratto di salvezza ma la ciurma, per la maggior parte composta da mori in catene, aveva rallentato l’andatura, incurante dei colpi di frusta che le pioveva addosso, pregustando già l’imminente salvezza.

Giovanni Sardo, timoroso di essere, una volta catturato, vittima di una atroce vendetta (circolava voce di capitani ed interi equipaggi impalati e di teste mozzate), non osava dare l’ordine di intensificare le frustate ai rematori in catene. La consapevolezza dell’imminente cattura e della perdita della vita o della libertà calò sull’equipaggio e sui passeggeri forte come un fendente al cuore. I grappini legati alle funi della feluca corsara che, nel frattempo si era affiancata, volarono fuori bordo arpionando saldamente il vascello cristiano dove, gettata una passerella, in un attimo ebbe inizio l’arrembaggio.

Arrendersi o morire.

Nella confusione totale c’era chi urlava, chi imprecava, chi, livido di rabbia, pensava al carico di merci e alla libertà ormai perduta. Un ragazzo, indifferente alla notevole distanza dalla costa, si era tuffato in acqua ma fu subito trafitto da numerosi dardi. Antonio vide quella figura, trasformata in un San Sebastiano, affondare lentamente tra le onde. Data la superiorità numerica del nemico, il capitano, vista vana ogni resistenza, preferì arrendersi per aver salva la vita.

Il Corsaro, un tale Nardo Anequino, un cristiano rinnegato agli ordini del Bey, signore di Tunisi, pregustando già un favoloso bottino, alla vista di poche merci e di un misero padre domenicano si infuriò ancor di più e, coprendolo di insulti, trascinò Antonio sulla propria nave e lo gettò sottocoperta e chiuso a chiave il boccaporto, abbandonò il povero frate al suo destino. Passarono sette giorni, e dopo aver catturato altre imbarcazioni e fatto un buon numero di prigionieri, la sera del nove agosto dell’anno del Signore 1458, la nave corsara entrò in Tunisi. Sbarcarono tutti i prigionieri che, legati con funi al collo, furono trascinati per le vie della città tra una folla di tunisini che insultava, scherniva e inveiva contro quella misera colonna. Antonio fu rinchiuso con gli altri schiavi nei sotterranei della Rocca di Tunisi, in attesa che il Bey decidesse del loro destino.

Il carcere era un pozzo scuro senza inizio e senza fine. Un labirinto sotterraneo: stanze, corridoi chiusi da pesanti inferriate che davano su cameroni e misere celle immerse nel buio. Antonio masticava preghiere e rabbia, rabbia per quel destino fatale. Irrequieto qual era da sempre, aveva voglia di prendere a testate il muro, di aprire un varco che portasse aria e luce in quella putredine lezzosa, dove il coro dei lamenti dei prigionieri sembrava una infinita giaculatoria rivolta alle tenebre. Ovunque Antonio volgesse lo sguardo vedeva miseri corpi, abbandonati a terra su uno strato di paglia lercia, muri, indistruttibili e invalicabili muri e catene, ceppi, grate di ferro che racchiudevano corpi ormai privi di spirito e sentiva le risate delle guardie che ingannavano il trascorrere delle ore raccontandosi chissà quali storie. Antonio, nei rari momenti in cui riusciva a raccogliersi in se stesso, dimentico per pochi attimi di quel luogo, pregava Dio.

– Dio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Lo scorrere delle ore e dei giorni trascorreva nell’ansia, in attesa di un destino feroce. Sapeva di cristiani venduti schiavi a padroni che avevano su di loro diritto di vita e di morte, usati come bestie a zappare la terra o a trainare la macina del mulino al posto di animali, o peggio ancora, finire ai ceppi, ai banchi dei remi di una feluca. Antonio sapeva anche che, rinnegando la fede, abbracciando l’Islam, si poteva avere una parziale libertà e una migliore condizione di vita.

Costanzo da Capri, un religioso dell’Ordine dei Romiti di S. Girolamo, catturato anche lui dai mori, venduto schiavo e destinato alla corte del Bey, godendo per questo suo ruolo di una semi libertà, andò a far visita e a portare conforto ad Antonio.

 

– Fratello Costanzo, aiutami ad uscire di qui!

– Non è facile Antonio, anch’io, benché goda di una certa libertà, sono pur sempre schiavo del Signore di Tunisi.

– Non ce la faccio a resistere qui dentro, perché Dio mi ha abbandonato a un così triste destino?

– Non ti ha abbandonato, Antonio. Dio è con noi in ogni istante, prega e vedrai che le tue preghiere saranno esaudite…

Ad ogni visita di padre Costanzo, Antonio si faceva sempre più pressante, con la richiesta di mettere fine alla sua reclusione.

Per vivere fuori dalla prigione occorreva un garante. Fu grazie al trattato commerciale con la Repubblica di Genova che consentiva ai genovesi di Tunisi di avere nella città una chiesa con un loro cappellano, se il confratello domenicano Giovanni supplicò il console di Genova di interessarsi al caso di Antonio. Il console, sensibilizzato alla vicenda, ottenne un certificato di cittadinanza genovese per Antonio e pagò il prezzo stabilito per la sua scarcerazione. Antonio, dopo aver solennemente giurato di non tentare la fuga da Tunisi, profondamente provato, finalmente rivide la luce del sole.

Fra’ Giovanni lo accolse nella sua piccola abitazione, costruita a ridosso della Chiesa dei genovesi, e condivise con lui lo scorrere dei giorni. Per Antonio iniziò una nuova vita di “schiavitù fuori le mura“, in quanto continuava ad essere proprietà indiscussa del Bey, suo padrone.

Antonio trascorse cinque mesi ospite di Fra’ Giovanni, condividendo le preghiere, il pane e le giornate in quella città dove la luce e la sabbia erano ovunque. Di notte, quando il caldo diurno lasciava posto a una temperatura più mite, Antonio saliva sulla terrazza dell’abitazione e osservava il cielo stellato. In quei rari momenti la sua mente, placato ogni pensiero, si lasciava trasportare tra quegli spazi siderali, in un’ oasi di quiete.

Ma presto il pensiero ribussava impellente alla sua mente e lo trasportava alle sere quando, bambino, sulla porta di casa, osservava nella notte il cielo stellato. Allora lo sconforto, come un rigagnolo che va allargandosi, prendeva spazio dentro di lui, mentre le stelle nel cielo, indifferenti, continuavano a brillare.

La schiavitù gli pesava. Gli pesava quello stato di cose che gli era rovinato addosso possente come una frana. Lui che mirava a grandi cose che, con il Verbo voleva convertire gli uomini, lui peccatore spinto da quella vena di carattere che lo faceva ardere come foco, si sentiva schiacciato dal giogo della prigionia, fiaccato e totalmente annichilito nello spirito.

Aveva chiesto udienza al Bey. A palazzo, i dignitari conversavano raccolti in piccoli gruppi, lanciando sprezzanti occhiate a quell’infedele che avanzava verso il loro Signore.

Antonio coglieva quegli sguardi di disprezzo ma si sentiva anche osservato da misteriosi sguardi celati nell’ombra. Pareva che anche i muri avessero occhi e orecchie e che seguissero ogni sua mossa. A mano a mano che avanzava il disagio aumentava in lui. Doveva supplicare il Bey per riottenere la libertà.

– Oh Signore, Voi che disponete della vita e della morte dei vostri sudditi, se abbandono la mia religione e abbraccio l’Islam, mi restituite la libertà? – supplicò Antonio in ginocchio di fronte a quella figura dallo sguardo penetrante. Semi sdraiato sul trono, il viso ornato da baffi spioventi e al fianco due armigeri dalle luccicanti scimitarre, il Bey osservava silenzioso il misero frate e i suoi occhi si facevano ardenti come brace, mentre un sorriso ambiguo compariva sulle sue labbra.

– É possibile, cristiano… è possibile… ma ad una condizione.

– E quale, Signore?

– Devi farlo pubblicamente, davanti al Cadì, alla mia corte e al mio popolo. Devi riconoscere che l’unica vera religione è quella di Allah e del suo Profeta, tutto il resto è falsità e menzogna.

Antonio sapeva che gli sarebbe toccata quella umiliante prova. Ma voleva fuggire a tutti i costi dal giogo della prigionia e chinando il capo disse:

– E sia…

E fu così che, il sei aprile dell’anno 1459, dinanzi al Bey, alla sua Corte e alla folla riunita, Antonio abiurò la sua fede e professò solennemente la fede in Allah e nel suo profeta Maometto. Toltosi il saio domenicano e indossata una lunga tunica, si avvolse il capo con il turbante.

Come una stele di marmo, se spezzata, divide in due tronconi l’iscrizione che reca, così la vita di Antonio si frantumò in due parti distinte, il passato ormai lontano e il presente.

Passarono alcuni mesi e abbandonata l’abitazione di Fra’ Giovanni, trovato alloggio in una piccola casa, iniziò a convivere con una donna. Il Bey aveva disposto che Antonio fosse seguito da un Maestro nello studio del Corano. Il Maestro, che era uno studioso di testi sacri, disponeva di una considerevole biblioteca disseminata tra le varie stanze della sua abitazione e di alcuni scrivani che sotto la sua guida trascrivevano i commentari coranici giunti dalla Mecca. Non appena giungeva un nuovo libro dal mondo islamico ne faceva copie destinate alle biblioteche di altri maestri o a qualche ricco commerciante.

Dai libri nascevano altri libri.

All’interno della camera più ampia, teneva scuola ad un gruppo di studenti. Antonio si unì a loro.

– La pace sia con te. Sia lode ad Allah.

Così, il maestro Azim, dopo aver salutato Antonio lo invitò a prendere posto sul tappeto con gli altri studenti.

Iniziò quindi un nuovo periodo dove i giorni scorrevano intervallati tra le ore di preghiera e lo studio dei versetti delle Sure del Corano.

Una sera, Azim aveva pregato Antonio di fermarsi dopo che tutti gli allievi e i copisti erano usciti. Cercando tra le carte, aveva posato su un basso tavolino un foglio miniato, in parte rovinato che raffigurava due convitati, in abiti da cerimonia. Sotto una cupola si colmavano a vicenda le coppe che tenevano in mano. Uno dei due versava l’acqua nel bicchiere dell’altro che lo portava alla bocca svuotandolo, poi abbassava il capo più volte in segno di ringraziamento. Era una antica copia di una pagina del trattato di al-Jazari e descriveva un meccanismo alimentato ad acqua che faceva muovere i due automi. Antonio osservava affascinato l’immagine mentre il Maestro descriveva le varie fasi del movimento, incredulo che si potessero costruire simili meccanismi.

– Maestro, non conosco l’arte Mechanica -, aveva esclamato colmo di stupore. E poi aveva aggiunto:

– Una cosa che mi riempie di simile maraviglia è l’osservare le stelle che attraversano il cielo. A volte il buio della notte è interrotto da una di esse -.

– Sono quelle lanciate contro i demoni, per cacciarli via dall’ascoltare i discorsi degli angeli -. Così aveva risposto il Maestro, congedandolo.

– Che Allah sia con te – disse Antonio avviandosi verso casa.

La notte, salito sul terrazzo, Antonio osservava il cielo immerso in quel teatro di luci e si sentiva trasportare lontano, in una sensazione di totale abbandono che aveva provato, a volte, solamente durante il raccoglimento in preghiera. Ripensava con immensa nostalgia a casa sua, alla sua famiglia, alla stella che illuminava il melograno dove era sepolta la statua della Madonna. Ritornando poi con lo sguardo verso il cielo si interrogava sul misterioso legame tra quelle luci che brillavano come infiniti riflessi del sole sull’acqua.

Antonio aveva iniziato a tradurre nella lingua di quel sommo fiorentino, Dante degli Alighieri, l’autore della Comedia, le Sure del Corano. Il lavoro di traduzione era faticoso, con quella scrittura araba dalle lettere che hanno ciascuna quattro forme differenti a seconda che stiano all’inizio di una parola, in mezzo, alla fine o isolate. Il Maestro lo seguiva aiutandolo a comprendere meglio i passaggi e lui si applicava con rinnovata energia a questo suo nuovo compito. La notizia era giunta alle orecchie del Bey che, compiaciuto, seguiva con interesse tramite i suoi emissari, gli sviluppi del lavoro di Antonio.

Era trascorsi numerosi mesi da quando Antonio aveva iniziato a vivere il secondo periodo della sua vita. Le stagioni scorrevano via come sabbia al vento e l’irrequietudine – tratto tipico del suo carattere -, mal temperata, riaffiorava alla superficie, facendogli trascorrere le giornate con un sapore amaro in bocca. A volte, con uno stato d’animo confuso, specchiandosi nell’acqua limpida, scorgeva sul suo viso profonde rughe solcargli la fronte. Il sapore e l’entusiasmo verso la sua vita si stava stemperando giorno dopo giorno.

Una notte, gli era apparso in sogno padre Antonino Pierozzi, suo Priore e guida spirituale a Firenze. Gli sorrideva a braccia aperte come un padre. Nel sogno, sottobraccio, si erano incamminati lungo un sentiero che portava ad una altura, di cui non si riusciva a vedere la sommità. Salivano silenziosi, sembrava che i loro pensieri comunicassero al posto della parola. Un senso di profonda pace era sceso su Antonio. Camminava leggero, come una foglia sospinta da un soffio di vento. Superato l’ultimo tornante del sentiero, la cima del monte si stagliava netta contro il cielo azzurro. Una alta croce campeggiava su un rado tappeto erboso. Padre Antonino si era staccato da Antonio e, salutandolo con un sorriso, raggiunta la croce, si era dissolto in una abbagliante nube di luce.

Antonio si era svegliato dal sogno tutto sudato, con il braccio ancora teso verso il suo Padre spirituale.

Il mattino seguente, dei mercanti genovesi bussarono alla sua porta recandogli l’infausta notizia. Il vescovo di Firenze, Antonino Pierozzi, ex Priore del convento di San Marco, era morto. Era il 2 maggio del 1459. Nell’apprendere la notizia Antonio si era sentito mancare. Una parte dentro di sé era crollata. I ricordi si erano affacciati alla sua mente possenti come un fiume in piena, travolgendolo. Una profonda crisi era subentrata nel suo animo. Si era messo a camminare per la città vagando senza meta, sino a quando i suoi passi l’avevano portato davanti alla chiesa dei genovesi. Aveva bussato alla porta di Fra’ Giovanni, si erano abbracciati e, piangendo, Antonio aveva passato in rassegna l’intera sua vita. Avrebbe voluto correre subito a palazzo e gridare al Bey che la sua, quella cristiana, era la vera religione e che lui, cieco di fronte alle parole di Dio, si era ingannato. Aveva profondamente errato. Fra’ Giovanni gli consigliò cautela. Sapeva che tutti gli occhi della corte erano puntati su di lui, come su tutti i cristiani che vivevano lì. Occorreva prepararsi per un simile passo; d’altronde il Bey era fuori città, stava passando in rassegna le fortificazioni dei suoi possedimenti. Meglio aspettare e nel frattempo prepararsi.

Antonio confidò le sue pene anche a Fra’ Costanzo che lo aveva seguito nei primi tempi della prigionia. Fra’ Costanzo lo confortò e cercò di rifondere fiducia a quell’anima lacerata.

Allora Antonio, allontanata la donna con la quale conviveva, confessatosi, prese a digiunare; alternando il digiuno a cicli di preghiere. Ritrovò lo spirito e la grazia di Dio che lo aveva sorretto durante il periodo del suo noviziato.

Attese un anno e nel giorno in cui aveva abiurato la sua fede, nella chiesa dei genovesi, di fronte alla piccola comunità riunita, dopo aver ricevuto i Sacramenti e rinnovata la sua professione di fede, con il capo tonsurato, rivestì il saio domenicano datogli da padre Giovanni e si recò a palazzo dal Bey.

Si fece largo tra i dignitari di corte e rivolto al Bey disse:

– Oh principe, ho errato nella mia unica e vera fede. Io sono Cristiano e credo nel solo Dio e nel suo unico Figlio Gesù Cristo, Salvatore degli uomini. E sono pronto a morire per questo!

– Cosa dici uomo? Tu erri… ti manca forse qualcosa? Non ti ho forse coperto di favori e grazie? Tu non sai cosa stai dicendo. Torna sui tuoi passi e non temere, saprò essere riconoscente, ti colmerò di doni e onori.

– Non mi servono i tuoi doni, o Potente, mi basta la vita eterna nella gloria e nella misericordia di Gesù Cristo.

– Stolto!- esclamò il Bey livido di rabbia, e poi disse:

– Guardie! Portate quest’uomo in carcere e affidatelo al Cadì perché il suo gesto venga punito secondo la legge!

Antonio rinchiuso nel carcere ricevette cibo e conforto da alcuni mercanti genovesi ma, contentandosi di pane ed acqua, distribuì il cibo tra i compagni di sventura.

Fu condotto davanti al Cadì – il giudice delle questioni religiose – il quale tentò con ogni mezzo di farlo ritornare sulla sua decisione. Lo blandì con promesse e lusinghe, poi passò alle minacce, gli descrisse, soffermandosi su ogni aspetto, l’atroce morte che lo attendeva. Ma Antonio, fermo nel suo proposito, non si lasciò turbare. Alla fine il Cadì stesso si stufò di tanta determinazione e lo fece ricondurre in carcere, intimandogli che aveva tre giorni di tempo, trascorsi i quali se non riabbracciava pubblicamente la fede di Maometto, sarebbe stato condotto al supplizio.

Lungo la strada verso il carcere Antonio fu schernito, fustigato con la verga sotto le urla di una folla inferocita assetata di sangue.

Per tre giorni fu condotto davanti al Cadì e per tre giorni il Cadì trovò dinnanzi a sé un muro, solido e impenetrabile come roccia viva.

All’ultima udienza, che avvenne secondo il calendario cristiano il Giovedì Santo, il giorno d’inizio della Passione di Gesù, nuovamente interrogato al suo ennesimo diniego, il Cadì sentenziò:

– Che venga lapidato!

Antonio fu preso in consegna dalle guardie, gli fu messo un pesante giogo al collo e fu condotto al luogo del supplizio, un quartiere con un fondaco di mercanti cristiani.

Camminava sereno, indifferente ai colpi di frusta che riceveva, mormorando tra sé e sé: – Gesù mio, misericordia.

Era un mormorio appena accennato, continuo e impercettibile.

Il Cadì aveva affiancato ad Antonio alcuni suoi uomini di fiducia che parlavano molto bene la sua lingua, con il compito di tentarlo, di farlo recedere dal suo intento.

Al minimo accenno di un ripensamento avevano il compito di far cessare su di lui ogni tormento e di ricondurlo al suo cospetto.

Antonio, attorniato da una folla che insultava e schermiva il “cane infedele”, sembrava distaccato da ciò che gli accadeva. Avanzava docilmente, immerso in uno stato di grazia, quasi avesse già lasciato il luogo terreno.

Giunta la colonna in prossimità del luogo del martirio, uno slargo dove si trovavano mucchi di sabbia e pietre per zavorrare le navi, gli venne tolto il giogo. Antonio si levò il saio domenicano perché non fosse macchiato dal suo sangue e disse:

– Consegnate questa veste ai Cristiani, affinché non venga macchiata e deturpata, ne riceverete una buona ricompensa.

E così essi promisero e mantennero la parola data.

Antonio si inginocchiò, chiese ai suoi carnefici qualche istante per pregare Dio. E rivolte le mani verso il cielo, in uno stato di beatitudine che addolcì i tratti del viso: sembrava rapito da una forza misteriosa.

Una moltitudine di mercanti cristiani assisteva allibita e inorridita al lancio delle prime pietre. C’era chi pregava, chi avrebbe voluto – ma non poteva- trafiggere a colpi di spada i carnefici che si accanivano sul frate domenicano. Alcune donne, chinando il capo piangevano.

La rabbia e il furore esaltavano la folla e alcune guardie iniziarono a colpire il corpo del frate con le spade.

Antonio, sotto le ingiurie dei colpi, non levò un grido. Immobile come una statua, un istante prima di crollare a terra mormorò:

– Ed ora libera il tuo servo, o Signore…

Postfazione

La vicenda del martirio di Antonio è tratta dalla relazione di Padre Costanzo da Capri, il quale, testimone oculare della vicenda, lasciò una testimonianza scritta dell’accaduto. Egli racconta che dopo la lapidazione venne eretta una catasta di legna e deposto sopra il corpo del Martire venne appiccato il fuoco. Consumata la pira, tratto il corpo del Frate, non si trovò un solo capello o pelo della barba bruciato. Fatto insolito e inquietante. Subito la folla dei Cristiani presenti tagliò ciocche di capelli e ciuffi di peli della barba da conservare come reliquie miracolose. Il corpo martoriato di Antonio fu trascinato dai Mori per tutta la città a dispregio del morto e a monito degli infedeli o dei convertiti all’Islam. Fu poi gettato tra i rifiuti. Era il giorno dieci dell’aprile del 1460. Antonio aveva trent’anni, o poco più.

Il corpo, riscattato con denaro dai mercanti genovesi, fu portato nella loro chiesa. Lì lo stesso Padre Costanzo lo lavò e lo ricompose nel suo abito religioso. Chiuso in una cassa di legno fu poi sepolto ai piedi del crocefisso della Chiesa, come lui stesso aveva disposto in vita.

Accadde un fatto singolare. Alcuni marinai che avevano zavorrato la propria imbarcazione con pietre raccolte sul luogo del martirio e ancora macchiate dal sangue del Martire, giunti al largo furono colpiti da un’improvvisa e violenta tempesta. I marinai invocarono l’aiuto del Martire, promettendo di incorniciare le pietre in lamine d’argento e deporle sulla sua tomba se avessero toccato terra sani e salvi. Fatto il voto, subito il cielo e il mare si placarono ed essi fecero rientro al porto.

Il sepolcro di Antonio divenne meta di venerazione da parte dei marinai e dei cristiani che attraversavano quelle terre. In città si parlava di prodigi e inspiegabili guarigioni, che avevano del miracoloso, attribuite a lui.

A seguito di ciò, i mercanti genovesi, temendo la profanazione delle sue spoglie, traslarono il corpo del Martire a Genova.

Giunta notizia della gloriosa morte di un loro concittadino, i Rivolesi chiesero al Duca di Savoia, Amedeo IX che le reliquie potessero essere trasferite a Rivoli, sua città natale.

Nel 1767 gli fu riconosciuto il titolo di Beato e fu iscritto nel catalogo dei Martiri della Fede.

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In mancanza di documenti certi si presume che la data di nascita del Beato Antonio Neyrot sia compresa tra il 1425 e il 1430.

Le date e i nomi dei personaggi sono reali, attinte dalla letteratura esistente su di lui, salvo il periodo che Antonio trascorse in Sicilia. Data la scarsa documentazione al riguardo, le vicende e la figura di Padre Celestino sono frutto di invenzione narrativa. Così l’incontro con il Beato Angelico.

Anche il Maestro Aziz è un personaggio inventato, mentre la pagina miniata del codice al-Jazari esiste veramente.

Ovviamente tutti i dialoghi sono frutto di fantasia.

Molto raramente osservo il cielo stellato ma mentre scrivevo sembrava che il personaggio stesso mi spingesse su quella terrazza a scrutare, nel silenzio della notte, le stelle.

Rivoli, maggio 2011