Oggi, 2 novembre

CARLO CORNAGLIA – La morte della democrazia

Condannato il primo agosto,

il caiman mantiene il posto

con il cul sul cadreghino.

Ha un bel dir la Severino

che qualunque delinquente

decadrà immediatamente

da ogni carica elettiva

quando una condanna arriva.

Berlusconi, il malfattore

è tuttora senatore,

tutti vogliono cacciarlo

ma si guardan ben dal farlo.

Pur se i voti, in apparenza,

ne consenton la partenza,

fra un cavillo ed un rinvio

il Pd sembra restio

a affondare la sua lama.

Ogni giorno ad un proclama

che ne annuncia la cacciata

segue, pronta, una frenata.

Primo, per il putiferio

che vien se si fa sul serio:

tutti son sotto ricatto

e pur il più mentecatto

sa che prima del bandito

cade con Enrico il mito

del governo a larghe intese

e del Quirinal l’Arnese

perderebbe la sua faccia

per la grave figuraccia.

Ma per fare i Sor Tentenna

che al caiman offron la strenna

di resistere al comando

c’è un motivo più nefando:

sono i franchi tiratori.

Quanti sono i senatori

dell’adamantin Pd

che nell’una diran: sì,

Berlusconi se ne vada?

Quanti, con il non decada,

cercheranno di salvarlo?

Par che sia roso da un tarlo

l’ineffabile Epifani

che, perché il Pd non frani,

il palese voto invoca.

La fiducia sembra poca

nei compagni senatori

che in segreto han fatto fuori

nientemen che Mortadella.

Cento ed un sporchi brighella

l’han bocciato a tradimento

procurando il lieto evento

di far ritornar sul Colle

colui che il caimano volle

per la pacificazione.

Il Re, ingenuo e credulone,

prontamente disse sì

e purtroppo non capì

che la pace aveva un prezzo:

giammai togliere di mezzo

la rovina del Paese.

Col governo a larghe intese

e l’economia allo sbando

gli italian lo stan pagando.

Cento ed un, sono ancor lì,

annidati nel Pd,

a dar la stabilità,

quella che la morte dà!

Carlo Cornaglia

(29 ottobre 2013)