Non dimenticare Foucault

da Repubblica 26 giugno 1984

E’ MORTO FOUCAULT

E’ morto ieri, in un ospedale parigino, a soli 57 anni, Michel Foucault. Nell’ emozione e nella fretta del momento, mi è difficile sintetizzare e organizzare la grande quantità di pensieri, di suggestioni, di passioni e, da ultimo, anche di perplessità via via suscitate in me, come in moltissime altre persone, dalla sua opera abbagliante. Ma ricordo molto bene una sera del 1963 in cui, in una libreria di Parigi, aprii un libro appena uscito e di autore a me sconosciuto e lessi: “Alla fine del Medioevo la lebbra sparisce dal mondo occidentale. Ai margini della comunità, alle porte della città si aprono come dei grandi territori che non sono più perseguitati dal male, ma che sono lasciati sterili e per lungo tempo abbandonati. Per secoli e secoli queste distese apparterranno all’ inumano. Dal XIV al XVII secolo aspetteranno e solleciteranno, attraverso strani incantesimi, una nuova incarnazione del male, un’ altra smorfia della paura, magie rinnovate di purificazione e di esclusione…”. E’ il primo paragrafo , o meglio il primo accordo, di quella Histoire de la folie à l’ ge classique (tradotta da Rizzoli con Storia della follia) che piombò come un meteorite nel centro della cultura francese, allora dominata dalla psicoanalisi lacaniana e dallo strutturalismo di Lèvi-Strauss. Com’ è noto, si tratta di un’ eruditissima inchiesta sul destino dei pazzi dopo l’ invenzione rinascimentale della segregazione, identica, fino a Pinel, a quella dei criminali. E si tratta anche di un allucinante baratro di angoscia. Ma è anche qualcosa di più, e in questo senso è riassuntiva di tutto Foucault: come scrisse Maurice Blanchot, è “una storia dei limiti – di quei gesti oscuri, necessariamente dimenticati appena compiuti, attraverso i quali una cultura respinge qualche cosa che diventerà per essa l’ Esteriore”. Ma ho citato quelle prime parole per mostrare tangibilmente come questo, al pari di quasi tutti gli altri testi foucaultiani, eserciti di colpo una fulminante suggestione letteraria. Forse si può dire addirittura che la letteratura, la scrittura, il linguaggio siano le vere matrici del suo pensiero e che, se si dovesse cercare un “metodo” o addirittura un “sistema” di quella che egli stesso chiamò la sua “archeologia del sapere”, li si potrebbe ritrovare, più che nei suoi enunciati, nelle pieghe del suo stile. Di uno stile che è quasi classico, a volte persino solenne, e insieme dotato di una sbalorditiva mobilità. Del resto, Foucault ha spesso riconosciuto i suoi debiti verso la letteratura: non solo verso Raymond Roussel, al quale aveva dedicato un lungo saggio, ma anche verso Duhamel, Blanchot, addirittura Colette. E alla letteratura contemporanea dedicò tra il 1962 e il 1969 una serie di studi (raccolti in volume presso Feltrinelli sotto il titolo Scritti letterari) che mostrano una profondissima comprensione del fenomeno letterario e in cui la scrittura viene apparentata con le sfere della sessualità, della trasgressione, dell’ “esteriorità dispiegata” e della morte. La scrittura definisce “un’ apertura” di uno spazio in cui il soggetto scrivente non cessa di sparire”; oppure: “la traccia dello scrittore sta solo nella singolarità della sua assenza, a lui spetta il ruolo del morto nel gioco della scrittura…”. Già la riflessione sulla letteratura evidenziava una nozione centrale e profonda della sua antropologia culturale, la nozione di “impersonalità, nonchè la nozione per cui il linguaggio non viene parlato, ma dal linguaggio si è parlati. A un certo punto, questo formidabile autore di “discorsi” si domanda: “In fondo, che cosa importa chi parla?”. Foucault si è una volta definito “un positivista felice”. Nel senso che nel suo testo non c’ è soggetto e non c’ è interiorità. Forse per questo è stato detto che, se Nietzsche aveva decretato la “morte di Dio”, in Foucault si decretava la “morte dell’ uomo”. Di fatto, benchè, come scriveva Roland Barthes, la sua opera ponga “una domanda catartica a tutto il sapere”, il suo interesse era puntato sulle grandi strutture “oggettive” di quello che egli chiamava il “sapere-potere”, soprattutto sulle grandi strutture oggettive rimosse o nascoste. Da qui, dopo le ricognizioni di storia della psicologia e della clinica, l’ interesse per l’ origine delle “scienze umane”, e anzi per l’ origine della nozione stessa di “uomo” nella Modernità. E’ il secondo grande libro di Foucault, Le parole e le cose, del 1966, anch’ esso pubblicato da Rizzoli. Qui non si tratta più dell’ anti-sapere della follia, ma proprio del grande sapere quale, a partire dal XVII secolo, si costituisce nel grande Discorso classico intorno alla “grammatica generale”, all’ “analisi della ricchezza” e alla “storia naturale”, cioè nella filologia, nell’ economia politica, nella biologia, nella zoologia e nella botanica. Le grandi descrizioni delle classificazioni secentesche non sono riassumibili in poche parole. Ma qui si può almeno ricordare che il libro si apre con una vertiginosa analisi delle Meninas di Velazquez, in cui si percorrono tutti i meandri del fenomeno della rappresentazione (e della rappresentazione della rappresentazione). Inoltre, che il libro è posto all’ insegna di una famosa classificazione che Borges attribuisce “a una certa enciclopedia cinese”, dove gli animali “si dividono in: a) appartenenti all’ Imperatore, b) imbalsamati, c) nutriti, d) maialini di latte, e) sirene, f) favolosi, g) cani in libertà, h) inclusi nella presente classificazione), i) che si agitano come pazzi, k) disegnati con un pennello sottile di peli di cammello…”. Omaggio fatto per designare l’ impossibilità di pensare tutto questo: come dice Foucault, l’ attrattiva esotica di un simile pensiero sta a definire “il limite del nostro”. Il “positivista felice” puntava il suo sguardo su quei territori in cui tutti i concetti acquisiti vengono investiti dall’ instabilità, in cui i grandi quadri concettuali si scompongono e vacillano, in cui ciò che è raggrumato si liquefà. Tutta la sua ricerca, fondata su impianti ben solidi e accertati e guidata da una saldissima disciplina d’ archivista, è segnata dal gusto o dal bisogno di trasgressione e da una non dissimulata solidarietà con l’ universo degli esclusi, dei reietti, dei criminali, degli uccisi. Del 1973 è la cura di quell’ Io, Pierre Rivière, in cui sono raccolti i documenti relativi a un pluriomicidio familiare commesso da una specie di “idiota del villaggio” nella Normandia del 1835. E del 1975 è quel Sorvegliare e punire (come il precedente pubblicato da Einaudi), in cui è ricostruita la nascita della prigione moderna, che pretende non più soltanto di punire i colpevoli, ma anche di riadattare i delinquenti. Scrive Foucault dopo aver descritto le minuziose procedure della sorveglianza: “Il XVIII secolo ha senza dubbio inventato le libertà, ma ha dato loro una base profonda e solida, la società disciplinare, da cui dipendiamo ancora oggi”. Anche Sorvegliare e punire è un grande libro. Tuttavia, a mio giudizio, contiene in germe la progressiva ideologizzazione del pensiero di Foucault. Se nel 1970, nella lezione inaugurale dei suoi corsi al Collège de France, significativamente intitolata L’ ordine del discorso, aveva magistralmente sintetizzato il suo pensiero, non soltanto intorno alla nozione di anonimato ma soprattutto intorno ai sistemi di “esclusione” che definiscono ogni sapere allo scopo di neutralizzarne l’ efficacia, il rischio, la “terribile materialità”, nell’ indagine sul sistema carcerario si faceva esplicita l’ accusa alla psicologia, alla psichiatria, alla criminologia di essere supporti polizieschi della (iniqua) giustizia odierna, strumenti della repressione “disciplinare” dei corpi, forme aberranti “di assoggettamento e oggettivazione”. Man mano che il ‘ 68 si allontana, e man mano che cresce il nervosismo da stagnazione, si percepisce nel lavoro di Foucault una crescents idiosincrasia. E’ vero che l’ approdo diretto alla dimensione politica gli consente di elaborare le tesi espresse in un volumetto che esiste solo in italiano, Microfisica del potere (Einaudi, 1977), dove è teorizzata la fine della concezione dello Stato-apparato centralizzato, la fine di un’ ideologia giuridica repressiva, e una disseminazione e pluralizzazione del potere tra tutte le infinite istanze della società (tesi variamente criticata ma pur sempre ricca di suggestioni). Tuttavia è anche vero che l’ approdo diretto e appassionato alla politica gli suggerì pure quella solidarietà per la “giustizia rivoluzionaria” komeinista che, con ben altre ragioni, gli verrà rinfacciata. Ma non è stato questo l’ approdo ultimo di Foucault. Del 1976 è un notissimo libro sulla sessualità, La volontà di sapere (Feltrinelli), che ne annunciava altri cinque sullo stesso tema. Si trattava non di allestire una storia dei comportamenti sessuali nelle società occidentali, ma di “trattare un problema molto più austero e circoscritto: in che modo questi comportamenti sono diventati oggetto di sapere?” Ora la stampa francese ha annunciato altri due volumi di questo ciclo, L’ usage des plaisirs (L’ uso dei piaceri) e Le souci de soi (La cura di sè), che non conosco ancora. Ma immagino, anzi leggo, che anche questi due lavori sono all’ insegna di una profonda convinzione: “Noi non abbiamo liberato la sessualità, ma più esattamente l’ abbiamo portata al limite: il limite della nostra conoscenza, poichè in ultima analisi essa detta, per la nostra coscienza, la sola lettura possibile della nostra incoscienza; limite della legge, poichè essa appare come il solo contenuto assolutamente universale del proibito; limite del nostro linguaggio, poichè essa designa la linea di schiuma di ciò che il proibito può a malapena raggiungere sulla sabbia del silenzio…”. Assunto certo interessante e tuttavia, insieme, deludente: la sessualità implicita in tutta la ricerca di Foucault era più interessante di questa, visualizzata direttamente. Forse, dell’ opera di questo grande esploratore dei saperi si può dire che essa è più intensa nei suoi margini e nei vuoti che non nei centri e nei suoi pieni. L’ austera, tesa, dura ricerca di Foucault ha segnato, con manifestazioni crescenti di consenso e di successo, la cultura filosofica francese per almeno venticinque anni. Negli ultimi anni ha dovuto tuttavia registrare un distacco e una certa ostilità, che volendo si riassumono in un famoso pamphlet di Jean Baudrillard, Dimenticare Foucault, edito da Cappelli. La critica investe la “scrittura perfetta” di Foucault: “Nessun vuoto, nessun fantasma, nessun ritorno di fiamma: una oggettività fluida, uno stile non lineare ma orbitale, senza smagliature. Il senso non va mai oltre ciò che è detto: quindi nessuna vertigine; ma non naviga neppure in un testo troppo largo: quindi nessuna retorica. Insomma, il discorso di Foucault è uno specchio dei poteri che descrive…”. C’ è forse qualcosa di vero in questa ruvida affermazione di Baudrillard. Tuttavia, ora che, nell’ emozione e nella fretta, ho riguardato alcune pagine di Foucault, mi permetterei di formulare un invito e una raccomandazione: Non dimenticare Foucault.