La genesi della Falchera nella sabaudissima Rivoli

Il concittadino Ignazio Caruso ha pubbblicato su FB le note che seguono. E’ un lavoro eccellente, serio e documentato, che fotografa anche storicamente la genesi dello stravolgimento  dell’area ex Stazione di Rivoli.

“Siete tutti a conoscenza dello scempio che si sta per realizzare a Rivoli? Sapete della colata di cemento che investirà il centro della nostra città? Per scrupolo di coscienza mi va di raccontarvela, in modo che se vedrete per strada qualcuno di quelli che l’hanno permessa possiate anche voi chiederne spiegazione. E quando piangeremo su un pezzo di città rovinato ci potremo ricordare di quale Consiglio comunale l’ha permesso…
Tutto è cominciato quando ci si è resi conto che in centro città, tra corso Francia, corso Susa e l’inizio del centro storico c’era una «schifezza» (parole dell’allora sindaco Tallone, su La Stampa del 13.08.2004). Il nostro ex sindaco (ma non è stato il solo, come vedremo) si riferiva alla stazione degli autobus, un buon progetto razionalista dell’ing. Alessandro Marangoni, datato 1955. A quei tempi era stato definito «un elegante fabbricato», orgogliosamente celebrato dalle vecchie cartoline della città, anche più del castello che cadeva in rovina (e che qualcuno aveva proposto di abbattere).
Dagli anni ’90 in poi, invece, si è deciso che la stazione degli autobus doveva assolutamente essere abbattuta, improvvisamente sembrava essere diventata un ecomostro. È singolare l’odio che, da lì in poi, tutte le ultime amministrazioni comunali hanno riversato contro la stazione, salvo non intervenire mai per tempo quando i primi fenomeni di degrado dell’edificio andavano manifestandosi.
L’ingresso della città è diventato una vergogna perché è un’area edificabile di 21mila e 500 metri quadri in centro Rivoli. La legge italiana considera (e quindi dovrebbe tutelare) come bene culturale tutto ciò che è «testimonianza avente valore di civiltà». Erroneamente si crede che solo edifici come il castello di Rivoli – oggi vanto della città – siano beni culturali perché “antichi”, ma è un criterio sbagliato; è un bene culturale per le generazioni future qualunque segno architettonico che per i rivolesi abbia un significato storico o documentaristico: è un bene culturale il centro storico (che infatti è già tutelato), ma è un bene culturale anche il mulino elettrico di inizio novecento che stava dietro la stazione – e che, temo, sia già stato distrutto – era un bene culturale la stessa stazione e perfino le case a due piani del primo novecento, tipiche di corso Francia e corso Susa, che ormai stanno scomparendo dal nostro territorio per essere sostituite da palazzoni assai più remunerativi (quando riescono a finirli).
Non prendersi cura di uno spazio pubblico per vent’anni, farci prendere l’autobus in condizioni pietose e poi accusare un edificio vecchio di cinquant’anni (e a cui non è stata fatta manutenzione) di essere brutto e perciò da abbattere è semplicemente puerile, ma questo forse è un altro discorso.
La stazione, il mulino, i vecchi alberi e l’enorme spazio non cementificato che c’erano sono finalmente scomparsi. Evviva! Siamo tutti più felici, perché se ci hanno tolto tutto questo sicuramente ci avremo guadagnato, giusto?
Seguiamo con un po’ di pazienza che cos’è successo negli anni: agli inizi degli anni ‘90 l’amministrazione chiama a collaborare il Politecnico di Torino, che definisce un accordo per presentare un “progetto guida” per l’area della stazione. Iniziativa lodevole, che serve ad assistere i tecnici del comune e a migliorarne il lavoro. Passa un po’ di tempo e il 17 maggio del 1999 il Consiglio comunale approva il Piano particolareggiato dell’area denominata “Area stazione”. Si prevede che un 50% della superficie disponibile abbia una destinazione residenziale (circa 100 alloggi), mentre parte dello spazio rimanente viene immaginata ad uso terziario-commerciale. A ciò si aggiungono circa 23.300 mq di parcheggi interrati (490 posti auto pubblici); il completamento del controviale di corso Susa con la relativa sistemazione di superficie e la creazione di 40 posti auto; la dotazione di spazi verdi pedonali interni per 2.625 mq e di spazi verdi condominiali per altri 993 mq; 4.500 mq – all’interno della superficie terziaria – per la localizzazione degli uffici dell’Intendenza di Finanza; aree private in pubblica disponibilità che, sommando piazza, viale interno ed aree verdi, ammontano a 3.594 mq.
Come lo chiamano il progetto? Il “Castello di Pianura”, perché «deve fare da contraltare a quello juvarriano posto in collina» (da La Stampa del 23.03.2004). In parole più semplici vuol dire: diamo il nome di “castello” a dei palazzoni che costruiamo in centro, così forse nessuno si accorge che è solo una speculazione edilizia.
Meglio non fare altri commenti…
Alcuni detrattori, mai smentiti, lo definiscono composto di «torri che fuoriescono da un enorme tetto [ … ] una tipologia ritenuta troppo lontana dalla storia e dalle abitudini della città [ … ]. Il grande tetto proposto che avrà una lunghezza di 150 metri circa è previsto per un solo piano (altezza circa 4 metri) risulterà solo un’enorme tettoia. Questo piano è stato presentato soltanto per risolvere un problema di riutilizzo di edifici fatiscenti» (in Il Giornale del Comune, dicembre 1999). La cubatura viene innalzata dai circa 25.000 metri cubi esistenti a 73.000 mc, comprendenti anche un teatro civico.

 

Verso la fine del 2000 l’allora sindaco Boeti spiega che la scelta di aver triplicato (!) la cubatura complessiva «non era considerata sufficientemente remunerativa da parte dei proprietari dell’area. Si è pensato così di aumentarla fino a quasi 100 mila metri cubi, in modo da renderla conveniente per i privati».
E siamo a centomila metri cubi.
Si poteva fare peggio di così? Ci si poteva provare e, incredibilmente, ce la si è pure fatta.
Nel 2004 sembra che l’accordo con gli investitori sia una realtà: «“Si era iniziato a parlarne già con il mio predecessore Saitta di riqualificare quella zona – ricorda il sindaco Nino Boeti -, e anche durante i miei due mandati, ci sono stati continui stop and go, perché non si riusciva a trovare un accordo con gli investitori. [ … ]” L’area [ … ] vede tra i proprietari il Comune e 11 privati. “E l’investimento è ragguardevole – ammette il sindaco -. Si aggira sui 50 milioni di euro”. [ … ] L’ultimo ostacolo erano i posteggi. Il Comune voleva che i tre piani interrati fossero tutti pubblici, ora l’accordo prevede che uno resti ai privati. “Beh, 520 posteggi sono già una bella boccata d’ossigeno per il centro cittadino – confessa il sindaco – e per i privati è un risparmio di 5 milioni di euro”. Più o meno quanto guadagnerà il Comune tra la vendita di cubatura e del suo terreno.» (su La Stampa, op. cit.). Ricordiamo che allora non c’erano le strisce blu, quindi quando si parla di parcheggio pubblico s’intende pubblico, e non posti in più da far pagare al pubblico.
Ma veniamo a oggi: «Dopo quattro lustri e quattro sindaci», come chiosa La Stampa del 24.12.2009, il Consiglio comunale di Rivoli ha approvato il progetto delle immobiliari, portando i 110 alloggi previsti tre anni fa a diventare 216. Il doppio.
I 490 posti auto pubblici-pubblici diventano 600 posti «ad uso pubblico».
I 3.618 metri quadri di verde… chissà.
Il teatro è stato fatto in periferia.
L’intendenza della Guardia di Finanza che era prevista lì? Meglio non farla più.
In compenso le immobiliari coinvolte nell’opera faranno anche il nuovo commissariato della Polizia di via Pavia e in compenso… riceveranno 35mila euro annui dal Comune e 65mila dal Ministero dell’Interno per 33 anni, come affitto (come denunciano nello stesso articolo Giovanna Massaro e Gianluca Trovato).
Abbiamo visto che con le demolizioni abbiamo perso un patrimonio che già possiamo solo più rimpiangere ma, oltre a ciò che abbiamo perso, dovremmo anche tener conto di ciò che guadagneremo. Questa inchiesta è di parte, quindi sospendiamo i commenti e affidiamoci soltanto alle parole dell’assessore Adriano Sozza, riportate sempre da La Stampa:
«“Che sia bello non lo si può proprio dire – ammette l’assessore –. Quelli proposti sembrano palazzi disegnati negli Anni 70, alti da 5 a 7 piani. Si tratta di un progetto molto, molto tradizionale – continua –. Un vero peccato, perché poteva essere l’occasione per fare qualcosa di importante. Ma non me la sono sentita di stopparlo».
Quindi ecco gli ennesimi, nuovi palazzoni che chiuderanno la vista della collina e del Castello da chi arriverà da corso Francia. Vogliono davvero farci credere che tutto questo sta succedendo perché l’edificio alto un piano della stazione degli autobus era «una schifezza»?
Dopo la rabbia, una proposta: signori consiglieri, per una volta fate partecipe anche la cittadinanza del futuro della loro città!
Fateci dire che questa speculazione edilizia non la vogliamo, peggio: la ripudiamo, perché non è fatta per noi Rivolesi, e anzi a noi che amiamo la nostra città fa schifo. Diminuite la quantità di cemento, fate dei servizi per i cittadini, dateci del verde, fate un concorso internazionale di architettura e cercate un modo per dare un po’ di qualità a quell’obbrobrio che chiamate “progetto di riqualificazione”!»

Questa la genesi. Quanto è successo è ora sotto gli occhi di tutti. Nulla da aggiungerese non che questa città meritava di meglio!