La crescita stitica europea

LA CRESCITA STITICA DELLA VECCHIA EUROPA

La tempesta si sposta dalle banche alla finanza pubblica e si ritorna al vecchio dibattito sulla stagnante o modesta crescita economica.

 

di Angelo Castagno

 

Nel 2008 il denaro finto delle banche centrali (Denaro del diavolo/vedi scorso numero) e l’assunzione di oneri da parte dei governanti del mondo a carico dei rispettivi contribuenti salvarono il sistema bancario. In realtà spostarono le falle dalle banche alle finanze pubbliche. Unica ancora di salvezza sarebbe la crescita economica che generando tasse ed imposte dà i mezzi per ripagare interesse e rimborsare i debiti.

E così l’attenzione torna sulla modesta ripresa delle economie avanzate, ad eccezione di quelle del sud-est asiatico che, in pratica, non hanno mai smesso di crescere.

I lettori di buona memoria ricorderanno il dibattito pre-crisi a livello italiano ed europeo comunitario. La questione era come dare una spinta a tassi di crescita dell’attività economica che nella media europea erano attorno all’1% e per l’Italia dell’ordine dello zero virgola qualcosa. Tassi di crescita spiegati più dalla ricerca di efficienza dell’esistente o da manovre di finanza pubblica sui “consumi” che non di vero e proprio sviluppo.

Per gli studiosi si parla di crescita quando un sistema presenta tassi di crescita media del 2/3% del prodotto interno lordo. Se poi si pensa ai tassi “cinesi” o “indiani” correnti variabili dal 5% al 10% si capisce che lo 0,5% di incremento del Pil è roba da poveri.

Così ritornano le ricette proposte allora e sintetizzabili in: innovazione e consumi. Come allora, però, si continua a sostenere che la spinta deve essere data dalla finanza pubblica, con incentivi agli uni ed agli altri o con tassi di interesse bassi.

Ebbene, storicamente, non si è mai vista un economia svilupparsi sotto la spinta dei consumi. Prima è necessario un ciclo di investimenti generalizzato che riduca in modo permanente il prezzo dei beni. Incentivi transitori ai conusmi aggiustano i bilanci dell’anno ma non fanno percepire ai produttori incrementi stabili delle vendite e, quindi , la necessità di investimenti ed assunzioni per aumentare la capacità produttiva.

In queste condizioni, il tasso di investimento generale cade e gli impieghi del denaro a basso costo finiscono in impieghi immobiliari (non giustificati da una crescita di redditi che non c’è) o in impieghi finanziari (finanza creativa) vale a dire gli stessi presupposti della crisi del 2008.

La contrazione indotta dalla crisi del 2008, inoltre, ha comportato nuovi oneri per ammortizzatori sociali ed incentivi ai consumi e, soprattutto, una riduzione delle entrate tributarie.

Qualcuno pensa che il settore pubblico abbia risorse all’infinito (debito!?) è bene pensarci attentamente perché non è così e, qualcuno se ne è già accorto (i Greci).

Ma tornando ai tassi di crescita “stitici” italiani ed europei ci si ricordi anche che non si sono mai viste economie in forte e stabile crescita in presenza di spesa pubblica pesante.

Anzi, considerato che per l’Italia degli ultimi due decenni crescita della spesa pubblica e decrescita dei tassi di sviluppo economici sono andati a “braccetto” non sarebbe ora di iniziare a pensare che sia proprio questa la spiegazione della “stiticità”?

Angelo Castagno
castagno@studioanalysis.it


Consulente Finanziario indipendente

Economista e formatore, articolista per diverse riviste e conferenziere. Da tempo ha indirizzato i suoi studi alla ricerca ed alla evidenziazione del ruolo negativo di banche centrali e governi nell’economia e nella finanza, che rimangono le cause principali della crisi dell’ultimo decennio.