Economia e sterminio nazista

di MARIO JONA


Fondamenti economici dello sterminio nazista

(Memoria presentata nell’adunanza del 16 marzo 2007 dal s. e. Oddone Longo)

 


Premessa

La più completa descrizione dei regimi totalitari è, probabilmente, quella fornita da Hanna Arendt. Ne Le origini del totalitarismo essa ne riassume così la definizione:

..abbiamo ripetutamente sottolineato come il totalitarismo sia, oltre che più radicale, essenzialmente diverso da altre forme conosciute di oppressione politica come il dispotismo, la tirannide e la dittatura. Dovunque è giunto al potere, esso ha creato istituzioni assolutamente nuove e distrutto tutte le tradizioni sociali, giuridiche e politiche del paese. A prescindere dalla specifica matrice nazionale e dalla particolare fonte ideologica, ha trasformato le classi in masse, sostituito il sistema dei partiti non con la dittatura del partito unico, ma con un movimento di massa, trasferito il centro del potere dall’esercito alla polizia e perseguito una politica estera apertamente diretta al dominio del mondo. Quando i sistemi monopartitici, da cui esso si è sviluppato, sono diventati veramente totalitari, hanno cominciato ad operare secondo una scala di valori così radicalmente diversa da ogni altra che nessuna della categorie tradizionali, giuridiche, morali o del buon senso, poteva più servire per giudicare, o prevedere, la loro azione (1).

 

La Arendt, sulla base della sua sensibilità di perseguitata dal nazismo, e sulla base delle informazioni disponibili negli anni che hanno seguito la II guerra mondiale, esamina il problema del “terrore” come strumento di dominio del regime totalitario. Lo sterminio ne verrebbe di conseguenza.

Senza voler togliere nulla alla potenza degli argomenti riportati, la spiegazione data dalla Arendt non sembra tener conto di tutti gli aspetti rilevanti, e non pare tale da giustificare la dimensione dei programmi di sterminio nazisti, e neppure le dimensioni effettivamente raggiunte prima dell’interruzione a seguito della sconfitta del Terzo Reich.

Uno studio pubblicato da due storici tedeschi nel 1991 (Goetz Aly, Susanne Heim: Vordenker der Vernichtung (2)), e solo recentemente tradotto in inglese (Architects of Annihilation (3)), documenta la partecipazione di molti intellettuali, ricercatori e docenti universitari, professionisti e funzionari dello Stato, alla preparazione ed all’organizzazione dello sterminio. I tecnici nazisti avevano progettato un modello di “sviluppo sostenibile” (come si direbbe oggi) per l’Europa; questo modello richiedeva una drastica riduzione della popolazione. Lo sterminio era semplicemente il mezzo più rapido per eliminare le persone superflue, e il regime aveva fretta. L’ideologia nazista contribuiva al processo rimuovendo gli scrupoli morali che potevano ostare all’omicidio finalizzato, e selezionando le popolazioni da sterminare. L’obbiettivo sarebbe stato la costruzione di un mondo “migliore”, che garantisse il benessere del popolo tedesco; il fine giustificava i mezzi…

Se lo sterminio fosse stato completato, sarebbero sopravvissuti soltanto i beneficiari di esso. Si comprende quindi la razionalità della nota frase di Hermann Goering (1943): “Passeremo alla storia come i più grandi statisti di tutti i tempi, o come i più grandi criminali”.

Dalla lettura dell’opera di Aly-Heim emergono molti aspetti ai quali la letteratura storica sul periodo non aveva dato finora importanza. Si può pensare che gli storici siano stati condizionati, oltre che dai loro personali orientamenti culturali, da:

– l’enormità della Shoah, il genocidio degli ebrei, che ha finito con l’oscurare tutti gli altri progetti di sterminio, che non erano stati realizzati in pieno.

– la preoccupazione per l’impunità di coloro che avevano ispirato, pianificato, giustificato lo sterminio; si è preferito attribuire tutte le colpe al vertice (Hitler, Himmler, Heydrich, ecc.) nascondendo le componenti “razionali” del progetto di sterminio ed accreditando l’ipotesi di “follia”

– la necessità, per la storiografia di ispirazione marxista, di forzare la realtà per leggere tutto in chiave di “lotta di classe”.

Il tentativo di spiegare la Shoah come avvenimento isolato nella sua “unicità” ha creato agli storici grossi problemi. Unica motivazione possibile era l’antisemitismo, ma era difficile, in base a quella sola motivazione, giustificare l’immane strage che ne era seguita. Tanto più che la maggior parte dei gerarchi nazisti risultava indifferente al problema ebraico, o solo tiepidamente o desultoriamente antisemita (4). Attribuire tutta la responsabilità al violento antisemitismo del solo Hitler e di alcuni suoi accoliti significava rinunciare a una spiegazione razionale, per ricadere su posizioni del tipo di quella espressa da Isaac Deutscher: un mistero enorme e minaccioso della degenerazione dello spirito umano.(5)

Ancora lontana dalla comprensione dello sterminio nazista appare anche l’espressione utilizzata da Yehuda Bauer:

Ciò che fu unico nell’Olocausto fu il carattere totale della sua ideologia, la traduzione di un pensiero astratto nell’assassinio totale pianificato e attuato con metodo logico. (6)

Anche la Arendt attribuisce al “pensiero astratto” dell’ideologia – nel caso dei nazisti, il razzismo – la responsabilità unica della Shoah: mancava allora la conoscenza dei concretissimi ragionamenti economici che spingevano allo sterminio.

Ecco come Marrus lamentava che non fosse stato individuato un filo logico che connettesse tra loro i diversi stermini perpetrati dai nazisti:

Concludiamo l’esame di questo materiale con la netta impressione che la distruzione degli ebrei europei non debba essere studiata isolata da altri aspetti della politica nazista. Anche se ha un carattere diverso da quello di altri massacri, si inserisce comunque in schemi che possiamo ritrovare altrove. L’individuazione di queste linee generali ci potrà illuminare ulteriormente. (7)

Queste “linee generali”, che gli storici non avevano colto (o avevano sottovalutato (8)), erano state elaborate da fior di cattedratici e studiosi, e capaci professionisti avevano programmato gli interventi necessari per realizzare i modelli risultanti da quelle ricerche.

Assunti di base

Per capire la partecipazione di accademici ed economisti all’organizzazione dello sterminio è necessario ricordare la diffusione raggiunta da una pseudoscientifica teoria razziale, che legava i comportamenti sociali degli uomini al loro patrimonio genetico. Il progresso della storia veniva attribuito agli esiti di un conflitto tra le razze, al termine del quale solo la migliore era destinata a sopravvivere. La partecipazione attiva alla costruzione del successo della razza dominante accelerava semplicemente un processo altrimenti inevitabile. Tale teoria era oggetto di studio e ricerca in ambienti specialistici, e veniva accettata in modo acritico da studiosi di altre branche della scienza. Su queste teorie si innestavano alcuni assunti di natura ideologica:

– superiorità genetica della “razza ariana”, e, tra gli “ariani” delle persone di stirpe tedesca. Altri ariani, selezionati in base al loro patrimonio genetico ed al loro comportamento sociale, possono essere candidati per una “germanizzazione” (Eindeutschung), attraverso un “apprendistato” che deve durare qualche generazione

– comportamento asociale della “razza ebraica”.

Un terzo assunto era il prodotto di una scelta puramente politica, dettata dalla convinzione che la carenza di derrate di prima necessità avesse minato la capacità di resistenza dei tedeschi durante la 1° guerra mondiale portando la Germania alla sconfitta, e dalla volontà politica di non ripetere quell’esperienza:

– importanza strategica dell’autosufficienza alimentare della “fortezza Europa” (= dell’Europa assoggettata al Reich), con implicazioni che si aggiornavano via via che le conquiste tedesche ne modificavano l’estensione (ad es. occupazione dell’Ucraina).

Gli economisti, ingegneri, pianificatori, medici, sociologi ed amministratori che operavano nel Terzo Reich non aprirono una discussione su questi argomenti: essi erano al di fuori della loro competenza professionale specifica. Accettarono acriticamente tali assunti come guida alla loro opera.

LE TEORIE ECONOMICHE DI RIFERIMENTO

Densità di popolazione ottimale

Al principio del secolo l’economista ebreo Paul Mombert, professore all’università di Giessen, aveva formulato un legame tra la “Capacità di alimentazione” di un territorio, intesa generalmente come disponibilità di risorse di qualsiasi tipo (Nahrungsspielraum, N), la dimensione della sua popolazione (Volkszahl, V) ed il tenore di vita (Lebenshaltung, L). L’equazione relativa era:

N = V x L.

Nel 1926 Mombert aveva avvertito che non era comunque opportuno intervenire sulla dimensione della popolazione per coprire l’insufficienza delle risorse. (9)

Benchè Mombert forse stato estromesso dall’insegnamento nel 1933, e sia morto nel 1938, dopo essere stato arrestato dalla Gestapo, la sua formula è stata alla base della demografia economica nazista.

La formula suppone, evidentemente, che il territorio in esame costituisca un sistema chiuso, ipotesi applicabile, in prima approssimazione, ai singoli Stati dell’Europa nazionalista del tempo. Per capirne le implicazioni, esaminiamo due casi limite:

  1. Il territorio in esame ha abbondanza di risorse naturali, ma manca di manodopera per utilizzarle; in questo caso, al crescere di V (popolazione) cresce anche N (manodopera), ed è possibile mantenere il valore di L. Se, nel contempo, migliora anche l’efficienza del lavoro, L cresce. Se V non cresce, si è in una situazione sub-ottimale, per il mancato utilizzo delle risorse naturali del territorio. Questo è il modello sul quale è costruita la “civiltà dei consumi”.
  2. Il territorio in esame ha scarsità di risorse naturali, ma abbondanza di manodopera; in questo caso N può solo essere aumentato con uno sfruttamento più intensivo, se possibile, delle risorse naturali; in mancanza di questo un aumento di V si traduce automaticamente in una diminuzione di L.

L’applicazione delle formula giustifica la teoria che assegna una popolazione ottimale ad ogni territorio; una popolazione inferiore implica lasciare delle risorse inutilizzate, una superiore implica un più basso tenore di vita per almeno parte della popolazione.

Il riferimento dell’economia nazista era l’Europa, anzi, quella parte d’Europa che si prevedeva dovesse restare sotto il dominio tedesco. Tradizionalmente, l’Europa occidentale, Germania compresa, era tributaria di altri continenti per l’importazione di parte delle sue risorse alimentari, quindi proprio queste, come risorse limitanti, erano la N che i nazisti applicavano nella formula di Mombert.

Costo della popolazione

Altri economisti tedeschi dello stesso periodo si erano esercitati nel calcolo del costo da sostenere per allevare ogni persona, e del costo annuo del suo mantenimento. Se le risorse naturali del territorio erano insufficienti a garantire un pieno utilizzo di tutta la manodopera disponibile, la manodopera inutilizzata o sottoutilizzata (le “bocche inutili”) costituiva un “peso morto” per la nazione, aumentandone inutilmente i consumi ed impedendo l’accumulazione di capitale. Come conseguenza, la manodopera inutilizzata limitava la possibilità di progresso, innescando una spirale viziosa, che riduceva progressivamente la ricchezza ed il tenore di vita.

Nella Germania del 1932 si stimava che 400.000 tedeschi non avessero un’occupazione produttiva reale. Il capitale immobilizzato in quelle persone (già speso per il loro allevamento) ed il costo continuo del loro mantenimento era impressionante per un paese in crisi.

Il contributo dei tecnici

Gli economisti tedeschi erano occupati a sviluppare teorie; il massimo di applicazione pratica a cui arrivavano era quello di caldeggiare una politica di contenimento delle nascite. Con l’avvento del regime nazista caddero le inibizioni morali all’utilizzo di metodi più diretti di “programmazione della popolazione”, sommerse sotto il sogno della costruzione di un mondo più efficiente, perfetto e conforme alla “naturale tendenza verso la sopravvivenza del più forte”. In queste condizioni i tecnici coinvolti nel processo di progettazione dell’equilibrio socio-economico della nazione germanica si trovarono a disporre di una libertà d’azione precedentemente impensabile.

In ossequio al programma antisemita del partito nazista, i 566.000 ebrei tedeschi censiti nel 1933 (10) si presentavano come una riserva ideale da cui eliminare i 400.000 tedeschi di troppo, riequilibrando la popolazione del territorio. L’eliminazione non poteva essere fatta di colpo, perché l’economia ne avrebbe risentito, ma doveva procedere per gradi, iniziando dall’estromissione degli ebrei dalle posizioni chiave e dall’economia in generale. In questo quadro va visto il “Regolamento esecutivo dell’ordine di esclusione degli ebrei dalla vita economica”, pubblicato il 23 novembre 1938, che inizia dagli esercizi commerciali. ordinando (Sez. 1, & 1):

Tutte le imprese di vendita al dettaglio o per corrispondenza e le altre agenzie di vendita appartenenti ad ebrei devono essere poste in liquidazione (11).

L’esclusione degli ebrei dalla vita economica, se da una parte permetteva la creazione di posti di lavoro per gli “ariani” disoccupati o sottoccupati, dall’altra forniva l’occasione per la razionalizzazione di un settore commerciale troppo dispersivo, suscitando l’incondizionato favore dei tecnici. Nel febbraio 1939 l’ing. Walter Rafelsberger, responsabile dell’Agenzia per i passaggi di proprietà, parlando dell’eliminazione degli elementi ebraici dal commercio nell’Austria di recente annessa al Reich, riassumeva così i risultati raggiunti:

… creato in Austria condizioni che contribuiscono in modo significativo al rafforzamento dell’economia nazionale.(12 )

La soddisfazione per il successo di questa operazione ne fece un’esperienza

pilota da ripetere nelle future occupazioni di altri paesi.

L’eliminazione degli ebrei dalla vita economica costituiva la premessa per potersene liberare fisicamente allontanandoli dalla Germania, ma i programmi di emigrazione andavano per le lunghe, e quelli di sterminio non erano ancora stati formulati. Gli ebrei proletarizzati, e spesso senza lavoro, continuavano a pesare sull’economia.

Un piano alternativo per riequilibrare la popolazione era quello di conquistare nuovo territorio, il cosiddetto “spazio vitale” (Lebensraum) oltre il confine orientale. Sfortunatamente tale spazio era già popolato, anzi, secondo i soliti calcoli degli economisti, grossolanamente sovrapopolato; si trattava comunque di altri popoli, ai quali in qualche maniera si sarebbe provveduto. Dopo la spartizione della Polonia del 1939, i tedeschi divisero la parte da loro occupata, annettendo i territori occidentali al Reich e avviandovi una politica di colonizzazione agricola, e creando un “Governatorato generale” nella Polonia orientale occupata.

La politica nazista continuava ad accrescere la sovrapopolazione del “Governatorato”, deportandovi gli “indesiderabili”, e cioè gli ebrei non utilizzati nell’industria bellica e i polacchi espulsi dalle fattorie assegnate alla colonizzazione tedesca. Si creavano così grosse difficoltà agli amministratori del Governatorato, i quali cercavano di risolvere questo problema, che peraltro essi vedevano soltanto dal punto di vista economico. Nel settembre 1940 il dottor Fritz Arlt, responsabile del “Dipartimento di gestione della popolazione e benessere” del Governatorato generale, propose l’espulsione di tutta la minoranza ebraica; così infatti “si ridurrebbe la pressione della popolazione sul Governatorato generale di 1.500.000 ebrei”. La densità di popolazione sarebbe passata da 126 a 110 persone per km2, rendendo possibile “una soluzione costruttiva”, permanendo nel contempo “la possibilità di occupazioni stagionali nel mercato del lavoro tedesco”. (13)

Il “Dipartimento centrale degli affari economici” del Governatorato generale, era affidato all’avvocato ed economista amburghese Walter Emmerich, tiepido nazista iscrittosi al partito solo nel 1937. Nel 1940 Emmerich illustrava il suo piano economico parlando di “eliminazione degli ebrei dalla vita economica per ridurre l’affollamento nel commercio, nell’artigianato e nelle professioni … creando nel contempo la possibilità di dare a questo paese densamente popolato una struttura di classe media indigena” (14). Nel giugno 1941 Hermann Voss, anatonomo dell’Università di Posen, annotava nel suo diario:

“Penso che dobbiamo guardare il problema polacco senza coinvolgimento emotivo, come un puro problema biologico. Li dobbiamo distruggere, altrimenti loro distruggeranno noi. Per questo io provo piacere per ogni polacco che muore” .(15)

A questo punto è opportuno fare una breve digressione sul linguaggio ufficiale utilizzato per questi argomenti nella Germania nazista. Le persone al corrente dei programmi di sterminio erano solo quelle espressamente abilitate, che attraverso un apposito giuramento erano diventati Geheimträger (portatori di segreto). Tra i vincoli accettati da costoro c’era anche quello di utilizzare uno speciale linguaggio (Sprachregelung), che faceva apparire meno crudeli i provvedimenti ordinati. Esempi di questo linguaggio sono voci come Sonderbehandlung (letteralmente: “trattamento speciale”), Aussiedlung (letteralmente: “evacuazione”) usati per indicare l’uccisione, o Arbeitseinsatz in Osten (letteralmente: “insediamento di lavoro in oriente”) per deportazione verso l’Est. (16)

Le infrazioni a questa regola erano punite severamente: si ricorda il caso del dottor Wilhelm Hagen, che, come responsabile medico della città di Varsavia, e incaricato del controllo della tubercolosi in tutto il “Governatorato generale”, fu ripreso perché intendeva adottare, per i polacchi, le stesse misure sanitarie previste per i tedeschi. Per sostenere la sua tesi, Hagen osò scrivere a Hitler, protestando che si volesse “trattare un terzo dei polacchi – 70.000 anziani e bambini sotto i 10 anni – come gli ebrei, cioè ucciderli”. Hagen perse il posto per aver usato la parola “uccidere”.(17)

È comprensibile quindi che nei documenti ufficiali citati non si trovino riferimenti diretti allo sterminio, mentre in un diario privato si riscontra un linguaggio molto più libero.

Da quanto riportato sopra risulta anche evidente che nel 1941 gli scienziati e i pianificatori tedeschi pensavano che la sola eliminazione della popolazione ebraica non sarebbe stata sufficiente a “riequilibrare” la sovrapopolazione della Polonia orientale occupata. Era necessario eliminare dei polacchi, possibilmente senza provocare reazioni troppo violente, che avrebbero disturbato lo sforzo bellico (nel giugno la Germania aveva aggredito l’Unione Sovietica); provvisoriamente, fino a quando il grosso della manodopera maschile tedesca fosse stato impegnato nella guerra, prevista come un Blitzkrieg, era necessario salvare gli adulti validi polacchi, per avviarli al lavoro nell’industria bellica. La prova del programma per soddisfare queste esigenze fu eseguita nel distretto di Lublino, con l’esperimento pilota di Zamość, la cosiddetta “perla del Rinascimento”, o la “Padova della Polonia”.

Le famiglie polacche del distretto furono classificate in 4 gruppi, in base al “patrimonio genetico” ed alle abitudini comportamentali: il primo gruppo (I) rappresentava la maggior vicinanza ai tedeschi, il quarto (IV) la maggior distanza. Le disposizioni riguardanti i diversi gruppi erano:

– Le famiglie dei gruppi I e II saranno mandate a Lodz per essere esaminate come candidate per la germanizzazione.

– I bambini dei gruppi III e IV saranno trasferiti, assieme agli anziani (sopra i 60 anni) ed agli adulti malati o inadatti al lavoro in “villaggi di pensionamento”.

– GIi adulti (tra i 14 ed i 60 anni) del gruppo III in grado di lavorare saranno separati dalle famiglie e mandati al lavoro in Germania, a sostituire gli ebrei ancora impiegati in lavori di importanza bellica.

– I componenti adulti di famiglie del gruppo IV (tra i 14 ed i 60 anni), saranno mandati al campo di lavoro di Auschwitz.

In base a questo programma 100.000 polacchi furono evacuati dal distretto, e i loro terreni furono assegnati a contadini tedeschi. È inutile aggiungere che le persone mandate nei “villaggi di pensionamento” non avevano modo di guadagnarsi da vivere, ed avevano poche possibilità di sopravvivenza. (18)

L’andamento negativo delle operazioni belliche impedì l’estensione a tutti i paesi occupati del modello di Zamość. Già dal 1941, comunque, era stato previsto di applicare in futuro a tutti i polacchi lo stesso trattamento già utilizzato per gli ebrei (19).

Appariva comunque evidente che le conquiste tedesche ad oriente, per guadagnare “spazio vitale”, portando alla successiva occupazione di territori “sovrapopolati” (secondo le valutazioni degli economisti), potevano aver senso solo se accompagnate da una drastica riduzione della popolazione preesistente. L’eliminazione degli ebrei non bastava, doveva essere seguita da un’espulsione o, se questa non era praticabile, dal massacro della popolazione locale. I nazisti, non potendo fare la prima cosa e non volendo macchiarsi della seconda, si accontentavano di asportare tutte le risorse alimentari, lasciando che la popolazione locale morisse di stenti e di malattie: uno sterminio meno “drammatico”, ma non meno efficace. Questo programma rispondeva anche alla necessità di sostenere il morale dei tedeschi e il loro consenso al regime, garantendo loro quantomeno un’alimentazione sufficiente.

La politica della denutrizione era stata prevista coscientemente al momento dell’invasione dell’Unione Sovietica (22 giugno 1941), ed in particolare del suo “granaio”, l’Ucraina, come risulta dal discorso che Alfred Rosenberg tenne, due giorni prima, ai quadri del costituendo Ministero dei territori occupati orientali:

Nutrire il popolo tedesco è certamente la prima richiesta che la Germania farà all’est nei prossimi anni, ed i territori meridionali e la Caucasia settentrionale dovranno coprire la mancanza di cibo per i tedeschi. Non accettiamo alcuna responsabilità di nutrire anche i russi con la sovraproduzione alimentare di queste regioni. Sappiamo che questa è una dura necessità, che non deve essere influenzata da sentimentalismi o pietà. Sarà certamente necessario evacuare la maggior parte della popolazione locale, ed i russi conosceranno degli anni molto duri. (20)

Del resto, subito prima dell’invasione dell’Unione Sovietica, Himmler dichiarò esplicitamente: Scopo della campagna di Russia è quello di ridurre la popolazione slava di 30 milioni.(21)

Quando, alla conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942, si organizzò in modo ufficiale lo sterminio degli ebrei, già iniziato in Unione Sovietica l’anno prima, l’intelligentzia tedesca era già preparata, ed in parte aveva auspicato lo sterminio. Gli ebrei emigrati dopo il 1933 dalla Germania e dall’Europa occupata, al 31 ottobre 1941, erano 537.000, di cui 346.000 tedeschi.(22)

Ma, con i problemi alimentari creati dalla guerra, soprattutto a seguito del blocco navale inglese, e con la successiva occupazione di altri territori “sovrapopolati”, la “densità ottimale di popolazione” era ben lontana dall’essere stata raggiunta.

La responsabilità per le azioni destinate a ridurre la popolazione nel “Governatorato generale” era del governatore, Hans Frank, che seguiva le indicazioni dei suoi “tecnici”. Questi lavoravano nell’ “Istituto per lo sviluppo tedesco nell’est” di Cracovia il cui Dipartimento di economia, che forniva tutte le indicazioni sulle azioni da intraprendere per migliorare l’economia del Governatorato, era diretto dal dottor Helmut Meinhold. Meinhold era nato a Stargard, in Pomerania, nel 1914, aveva studiato economia all’università di Amburgo, ed ottenuto un dottorato all’Istituto di studi economici internazionali di Kiel. (23) Dal suo dipartimento uscirono tutte le indicazioni sulla necessità di ridurre la popolazione nel governatorato, nonché le proposte dei mezzi per attuarla (deportazione, eliminazione, evidentemente mascherate secondo la convenzione linguistica sopra descritta). Meinhold non era interessato alle persone, ma solo ai risultati macroeconomici. Dopo la guerra, riciclatosi come consulente economico delle truppe d’occupazione alleate, formulò due alternative per poter accumulare il capitale necessario alla ricostruzione della Germania: o l’estensione del credito estero, o l’esportazione di derrate alimentari per pagare l’importazione di mezzi di produzione.

In una Germania ridotta alla fame, quest’ultima soluzione avrebbe implicato che, per citare ancora Meinhold: “una parte della popolazione dovrà morire di fame o di malattie da denutrizione.” La stessa disinvoltura nei riguardi delle persone dimostrata sotto i nazisti, fu mantenuta quando egli lavorava per gli alleati, sia pure con un riguardo formale all’indicazione politica di non disporre della popolazione a scopo puramente strumentale; nel 1945 Meinhold scriveva:

Fino a questo punto abbiamo accettato l’assunto ( e lo manterremo in seguito) che l’obbiettivo economico del momento è di mantenere in vita tutta la popolazione, sia pure malamente, piuttosto che trattarne bene una parte e lasciar morire gli altri. Per questo è meglio impiegare solo il 50% dei lavoratori, facendo loro produrre abbastanza da mantenere anche gli altri, piuttosto che impiegarne il 75%, condannando il 25% a morir di fame. Quest’obbiettivo, però, presuppone che la situazione migliorerà. …. Si potrebbe, invece, esaminare la situazione da un altro punto di vista, specialmente se si hanno dubbi sul suo miglioramento. Si può sostenere che, nella lotta per la sopravvivenza, sarebbe meglio se il 75% rimanesse in vita ed il 25% morisse subito, piuttosto che rischiare di perdere il 100% più tardi. Quest’approccio sarebbe sostenibile se lo scopo fosse quello di selezionare i candidati migliori per la sopravvivenza.

Meinhold ha terminato la sua carriera come onorato professore di economia, prima all’università di Heidelberg, e poi all’università di Francoforte; nel 1988 ha ricevuto l’Ordine al merito della Repubblica Federale. La convenzione di linguaggio imposta dal nazismo era servita anche a proteggere per il futuro i suoi scienziati.

Lo sterminio si può ripetere?

Alla base dei programmi di sterminio nazisti troviamo:

– una teoria economica di ottimizzazione dell’utilizzo di risorse scarse

– una teoria pseudoscientifica di determinazione comportamentale in base al patrimonio genetico (razza)

– l’assenza dell’imperativo morale del valore della vita umana. (Si ricordi in proposito la frase dal Mein Kampf citata da Lord Russell nel prologo de Il flagello della svastica: “Una razza forte scaccerà le deboli, perché lo slancio vitale, nella sua forma definitiva, abbatterà le assurde barriere della cosiddetta umanità degli individui per l’umanità della Natura, la quale distrugge il debole per dare il suo posto al forte.”) (24)

– l’assunto (ideologico) di superiorità della “razza ariana”

– l’assunto (politico) dell’Europa come sistema chiuso

Sul fatto che la teoria razziale sia passata di moda basiamo la nostra fiducia che questo tipo di evento non si possa ripetere; ma siamo certi di non poterci trovare in futuro in condizioni analoghe? La teoria della razza era proprio indispensabile allo sterminio nazista? Abbiamo visto che l’antisemitismo non era il principale elemento caratterizzante la visione politica dei nazisti, (25) eppure lo sterminio degli ebrei risulta la caratteristica più evidente del regime, ed esso è stato accettato ed attuato da molte persone che non avevano, in partenza, nulla contro gli ebrei. Potenza della propaganda?

Certamente anche, ma nascosta nelle pieghe della psicologia di gruppo troviamo anche un’altra spiegazione: accettata l’idea che bisognava risolvere un problema di sovrapopolazione, dava sicurezza il sapere che ne avrebbe fatto le spese qualcun altro. Per chi si trova in un gruppo che verrà decimato, non è necessario odiare chi verrà eliminato per godere del fatto che sia qualcun altro.

La seguente tabella riporta il paragone tra i già descritti assunti nazisti ed opinioni paragonabili che ritroviamo nel dibattito politico del nostro tempo. Sembrano esserci tutti gli elementi per la rinascita di una cultura della mors tua vita mea, forse non rivolta prioritariamente contro gli ebrei, ma non per ciò meno ingiusta. nazismo oggi
Scala gerarchica di merito delle “razze” Superiorità della propria cultura (legata anche al credo religioso). Convinzione che ci vorranno generazioni perché le “culture inferiori” si adeguino. Non basta infatti istruire un’élite, come dimostrano i fallimenti dei tentativi della cultura “occidentale” per “esportare la democrazia”
“Fortezza Europa” La Terra come sistema chiuso, con risorse limitate, che non consentono l’estensione del nostro tenore di vita a tutta la popolazione (si veda la diffusa preoccupazione per il consumo energetico dei cinesi).
24 Nutrire i tedeschi, come priorità Mantenere o migliorare il proprio standard di vita, come priorità

 

 

Note:

1 H. Arendt, Le origini del totalitarismo, trad. it. Torino, Einaudi 2004, p. 630.

2 La prima edizione dell’opera, per l’editore Fischer, è del 1991. Di Goetz Aly vanno anche ricordati almeno «Endlösung». Völkerverschiebung und der Mord an den europäischen Juden, Frankfurt a/M 20053 [19951],

Ch. Gerlach, G. Aly, Das letzte Kapitel. Der Mord an den ungarischen Juden, 2004, nonché Hitlers Volksstaat. Raub, Rassenkrieg und nationaler Sozialismus, Frankfurt a/M 2005, recentemente tradotta per i tipi dell’editore Einaudi, un ritardo che dimostra come l’importanza di questa scuola di pensiero storico sia a lungo sfuggita alla critica nostrana.

3 Architects of Annihilation, London, Phoenix 2002.

4 Michael R. Marrus: L’Olocausto nella storia, tr. it. Bologna, Il Mulino, 1994, pag. 29.

5 Isaac Deutscher: L’ebreo non-ebreo ed altri saggi, tr. it. Milano, Mondadori 1969, citato in 4 pag. 25.

6 Yehuda Bauer: The Place of the Holocaust in Contemporary History, Studies in Contemporary Jewry, 1984, pag. 202.

7 Op. cit., p. 80.

8 La Arendt accenna ripetutamente al legame tra regime totalitario e sovrapopolazione (op. cit,. pag.429 e 626).

9 Aly-Heim, op. cit., pag. 60-62. Il riferimento è all’opera Bevölkerungsentwicklung und Wirtschaftsgestaltung: zur Frage der Abnahme des Volkswachstums.

10 L. Picciotto Fargion: Per ignota destinazione. Gli ebrei sotto il nazismo, Milano, Mondadori 1994, pag. 193.

11 Aly-Heim, op. cit., pag. 13.

12 Ibid., pag. 23.

13 Ibid. , pag. 133.

14 Ibid., pag. 142.

15 Ibid., pag. 159.

16 Hannah Arendt: La banalità del male, tr. it. Milano, Feltrinelli 1996, pag. 93.

17 Aly-Heim, op. cit., pag. 136.

18 Ibid., pag. 276.

19 H. Arendt, Le origini del totalitarismo, pag. 581.

20 Aly-Heim, op. cit., pag. 242.

21 Ibid., pag. 237.

22 Picciotto Fargion, op. cit., pag. 109 e 193.

23 Le notizie su Meinhold qui di seguito riportate in ALY-HEIM, op. cit., pag. 145, 156, 182 e 332 n. 16.

24 Lord Russell, Il flagello della svastica, tr. it. Milano, Feltrinelli 1955, pag. 13.

25 Marrus, L’Olocausto nella storia, cit.