Acerbicum

1923

Riforme elettorali : la legge Acerbo:

La riforma elettorale fu all’ordine del giorno del Gran Consiglio del fascismo dal 16 marzo al 25 aprile 1923, per essere presentata alla Camera dei deputati il 9 giugno successivo. Prevedeva che la lista che avesse raccolto la maggioranza relativa dei suffragi nell’ambito del Collegio unico nazionale avrebbe ottenuto i due terzi dei seggi (356 su 535). La soglia minima per lo scatto del premio di maggioranza era limitata al 25 per cento.

Il nuovo sistema, che favoriva nettamente il fascismo al potere, fu inevitabilmente oggetto di critica da parte dei partiti di sinistra, ma tra i liberali e successivamente tra i popolari – pur non mancando le voci dissenzienti – prevalse un orientamento favorevole. Della commissione incaricata di riferire sul disegno di legge, nominata dal presidente della Camera De Nicola, fecero parte alcuni esponenti di maggior prestigio, tra cui quattro ex presidenti del Consiglio : Giolitti – che la presiedette- Orlando, Salandra e Bonomi. La commissione licenziò il testo con minime modifiche tecniche dividendosi in dieci favorevoli (liberali di varie tendenze e fascisti ) e otto contrari (la sinistra, i popolari e il rappresentante del gruppo amendoliano) .

La sorte della legge era quindi affidata alla discussione in aula che si svolse dal 10 al 21 luglio 1923. La decisione dei popolari di astenersi consenti alla legge di passare con 223 voti contro 123, a fronte di oltre 150 assenti, sicchè Filippo Turati potè amaramente concludere : “Siamo stati noi a dare la vittoria al fascismo”.

2015

Riforme elettorali: l’Italicum

Una delle accuse rivolte a questo progetto di legge è di cambiare surrettiziamente la Costituzione prevedendo l’elezione diretta del capo di Governo. Se nel nuovo meccanismo è presente l’elezione diretta del premier, si vanificano tutti gli articoli della Carta che disciplinano la formazione del governo, la nomina da parte del presidente della Repubblica e via dicendo.

La Costituzione non è materia del governo.

I sostenitori dell’Italicum confondono e falsificano un’infinità di cose , mettendo insieme situazioni non assimilabili tra loro.

Non si possono fare paragoni con la Francia, dicendo che anche in quel sistema c’è il ballottaggio. Certo che c’è, ma è per l’elezione del presidente. Che è un organo monocratico con poteri molto forti. Oltralpe si vota per l’assemblea legislativa con elezioni diverse. Da noi si vuole fare in modo che con uno stesso ballottaggio si eleggano il capo del governo e i membri del Parlamento. Come al supermercato: prendi due e paghi uno.

Si andrebbe così a vanificare il principio cardine del costituzionalismo liberale, quello della divisione dei poteri che a vicenda si limitano e si controllano. Un Parlamento così eletto non può certamente controllare il governo. Hanno dimenticato che l’assemblea legislativa deve essere rappresentativa: ma rappresentativa dei cittadini elettori, non del governo!

Eliminando le opposizioni c’è una persona che governa con una maggioranza che esclude dalle decisioni ogni altro, una maggioranza formata da persone selezionate dalla segreteria del partito vincitore.

Sono le stesse ragioni che Mussolini portava a sostegno della legge Acerbo nel 1923: velocità delle decisioni, la necessità di procedere senza intoppi, dibattiti, confronti. Senza contrasti e contrapposizioni. Siamo, ormai da tempo, fuori dal costituzionalismo liberale, non solo fuori dalla Costituzione. Un disegno portato avanti attraverso atti di prepotenza e prevaricazione.

(dall’intervista a Lorenza Carlassare, professore emerito di Diritto Costituzionale a Padova, pubblicata su Fatto Quotidiano del 24 aprile 2015)